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:: forum ANP Piemonte :: marzo 2012 :..

Aspettativa per contratto di ricercatore presso università

 

Quesito del 31/03/2012

Un docente con incarico a t.i. ha richiesto alla dirigenza dell'istituto, dall'a.s. 2008/2009, periodi di aspettativa senza assegni per svolgere il lavoro di ricercatore a t.d. presso un'Università Statale.

L'istituto, per il tramite del suo dirigente, gli ha concesso i periodi richiesti di anno in anno, dal 1 settembre 2008 al 31 agosto 2009, dal 1 settembre 2009 al 31 agosto 2010, dal 1 settembre 2010 al 31 agosto 2011, dal 1 settembre 2011 fino al 31 agosto 2012 (non ancora completato).

Nel decreto del Dirigente si precisa: "Il periodo trascorso nello svolgimento delle attività di cui sopra è valido a tutti gli effetti come servizio di Istituto nella scuola (art. 453, comma 6 DPR 297 del 1994".

Ti chiederei una riflessione sul tema nei seguenti cinque termini:

a. il riferimento, nel decreto, all'art. 453 comma 6 DPR 297 del 1994 è sufficiente o bisognerebbe anche far riferimento all'art. 18 del CCNL scuola 2006/2009 quando riferisce al comma 2: "Ai sensi della predetta norma il dipendente può essere collocato in aspettativa anche per motivi di studio, ricerca o dottorato di ricerca. Per gli incarichi e le borse di studio resta in vigore l'art. 453 del DPR n. 297 del 1994"?

b. L'Istituto negli anni trascorsi e nel presente ha sempre valutato, al docente in aspettativa senza assegni, per svolgere il lavoro di ricercatore presso l'Università, il punteggio spettante nell'ambito della graduatoria di istituto per l'individuazione dei docenti soprannumerari. Ha agito, a tuo avviso correttamente?

c. I periodi nei quali il docente a t.i. presso l'Istituto e ricercatore a t.d. presso l'università è stato in aspettativa senza assegni sono da questi recuperabili per i fini pensionistici (fermo restando che ovviamente avendo nell'università un contratto a t.d. ha sia emolumenti che ritenute sulle voci previdenziali)?

d. C'è un limite temporale fissabile al fine della concessione dell'aspettativa senza assegni per svolgere il lavoro di ricercatore e dunque di ricerca di cui al comma 2 dell'art. 18 del CCNL 2006/2009? Cioè a dire, il prof. in riferimento, che ha ottenuto l'aspettativa già per quattro anni scolastici, potrà ancora ottenerla per l'a.s. 2012/2013?

e. E’ possibile per il D.S. predisporgli il decreto per l'intero periodo di durata del contratto (durata biennale) o deve continuare a procedere nell'assegnazione prudenziale dell'aspettativa senza assegni di anno scolastico in anno scolastico?

 

Risposta

Si nutrono dubbi sulla legittimità che il lavoro di ricercatore a t.d. presso un’università statale rientri tra gli incarichi e borse di studio di cui all’art. 453 del D.Lgs. 297/94.

Quelli infatti sono “incarichi temporanei per la partecipazione a commissioni giudicatrici di concorso o di esame e per l'espletamento di attività di studio, di ricerca e di consulenza tecnica presso amministrazioni statali, enti pubblici, Stati o enti stranieri, organismi od enti internazionali” (comma 1).

Quando anche tale attività rientrasse tra questi, essa non può protrarsi oltre il termine dell'anno scolastico nel quale è stata conferita. Inoltre, detti incarichi non possono essere confermati oltre l'anno scolastico successivo (comma 3).

Si conferma comunque che “Il periodo trascorso nello svolgimento delle attività previste dal presente articolo è valido, a tutti gli effetti, come servizio d'istituto nella scuola” (comma 6), pertanto anche nella graduatoria di individuazione dei soprannumerari, ad eccezione della continuità del servizio nella stessa scuola (CCNI/2012, premessa alle note dell’Allegato D).

Ammesso pertanto che tale docente abbia fruito dell’art. 453 cit., l’incarico in questione non poteva protrarsi oltre il biennio.

L’art. 24 della legge 240/2010 ha regolamentato specificamente i contratti da ricercatore a tempo determinato nelle università nei seguenti termini: “Nell'ambito delle risorse disponibili per la programmazione, al fine di svolgere attività di ricerca, di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti, le università possono stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo determinato. Il contratto stabilisce, sulla base dei regolamenti di ateneo, le modalità di svolgimento delle attività di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti nonché delle attività di ricerca”.

Un docente a t.i. può accettare tale contratto da ricercatore a tempo determinato richiedendo un’aspettativa senza assegni. Infatti l’articolo 18 comma 3 del CCNL/2007 prevede che il dipendente è collocato in aspettativa, a domanda, per un anno scolastico senza assegni per realizzare l’esperienza di una diversa attività lavorativa o per superare un periodo di prova.

Pertanto, tale norma offre al dipendente la possibilità di stipulare un altro contratto di lavoro con una diversa amministrazione pubblica o soggetto privato. L’aspettativa in questione è senza retribuzione e il periodo relativo non è valido come servizio di istituto, nemmeno nella graduatoria di istituto.

Inoltre, va rilevato che la concessione dell’aspettativa non è discrezionale, in quanto la norma prevede testualmente che il dipendente, a domanda, è collocato in aspettativa, non lasciando, pertanto, alla scuola alcun margine di discrezionalità legato a esigenze di servizio. Naturalmente nella domanda il dipendente dovrà precisare ed attestare l’esperienza lavorativa per la quale chiede di essere collocato in aspettativa.

Tuttavia il periodo di aspettativa non può essere prorogato, risultando l’anno scolastico il periodo massimo di durata; pertanto, dato il tenore letterale della norma, che fa riferimento esclusivo ad “un anno scolastico” e, alla luce dei principi generali in materia di incompatibilità, si ritiene che una volta usufruito un periodo di aspettativa ai sensi dell’art. 18 citato per un anno scolastico, il dipendente non possa farne nuovamente richiesta.

Al termine dell’anno il docente potrà abbandonare il ruolo oppure chiedere di usufruire, ma solo per un ulteriore anno, del periodo di aspettativa non retribuita (c.d. anno sabbatico, della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni compreso il primo decennio), ai sensi del comma 14 dell’art. 26 della legge 448 del 23.12.1998 (legge finanziaria 1999).

Alla luce di quanto sopra, il docente che ha già fruito di 4 anni di contratto di ricercatore presso l’università si ritiene che non potrà fruirne ulteriormente, salvo che abbandoni il ruolo della scuola secondaria di II grado.

 

Graduatoria di istituto: valutazione servizio pre-ruolo

 

Quesito del 30/03/2012

Punteggio preruolo nella graduatoria interna d’istituto docenti di ruolo: è valido l’anno 1996/97 dal 20/01/97 al 26/03/97 e dallo 02/04/97 al 11/06/97, tenuto conto che l’interruzione cadeva nelle vacanze pasquali e il titolare non è rientrato?

Qual è la normativa di riferimento?

Grazie per la sua disponibilità.

 

Risposta

Il servizio pre-ruolo valutabile ai fini della graduatoria di istituto è quello previsto dall’Allegato D al CCNI mobilità sottoscritto il 29/02/2012.

La nota 4 precisa che “Nella misura della presente voce [punti 3 per ogni anno] è valutato anche il servizio pre-ruolo prestato per almeno 180 giorni o ininterrottamente dal 1 febbraio fino al termine delle operazioni di scrutinio finale o, in quanto riconoscibile, per la scuola materna, fino al termine delle attività educative, nei limiti previsti dagli artt. 485, 490 del D.L.vo n. 297/94 ai fini della valutabilità per la carriera”.

Poiché il suo servizio è stato prestato ininterrottamente dal 1 febbraio, ma sospeso dal 27 marzo al 1 aprile 1997, esso non può essere valutato un anno. Non incide che il docente titolare non sia rientrato a scuola durante detto periodo; quello che conta è il servizio da lei prestato.

 

Supplenze ATA: il completamento d’orario può realizzarsi nel limite massimo di due scuole

 

Quesito del 27/03/2012

Ambito supplenze temporanee da coprirsi scorrendo gli elenchi prioritari per personale ATA.

Individuato un tecnico amministrativo da elenco prioritario, si è verificato che è già impegnato in due scuole che si trovano in due comuni, per cui non ha diritto al completamento in una terza.

Ha, però, già preso servizio... che fare? Come revocare la nomina?

 

Risposta

L’art. 4 del DM 430/2000 prevede che l'aspirante cui viene conferita una supplenza con orario ridotto, conserva titolo, in relazione alle utili posizioni occupate nelle varie graduatorie di supplenza, a conseguire il completamento d'orario fino al raggiungimento dell'orario ordinario di lavoro previsto per il corrispondente personale di ruolo. Nel predetto limite orario il completamento è conseguibile con più rapporti di lavoro a tempo determinato, nel rispetto dei seguenti criteri: il completamento dell'orario può realizzarsi nel limite massimo di due scuole, tenendo presente il criterio della facile raggiungibilità, anche in scuole non statali, con oneri a carico delle scuole medesime.

La nomina del supplente in parola è pertanto vietata dalla disposizione riportata. Essa va revocata con provvedimento di colui che l’ha disposta, nelle cui premesse va fatto riferimento alla disposizione in questione, che ne vieta la liceità.

E ciò in ragione dell’art. 21-nonies della legge 241/90 il quale dispone che il provvedimento amministrativo illegittimo perché adottato in violazione di legge o viziato da eccesso di potere o da incompetenza può essere annullato d'ufficio, sussistendone le ragioni di interesse pubblico, entro un termine ragionevole e tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati, dall'organo che lo ha emanato.

 

Legittimità dell’anticipo degli scrutini finali

 

Quesito del 26/03/2012

Come molti colleghi anche quest’anno ho il problema della gestione degli scrutini finali in due scuole (licei classici): ritengo che la presenza del DS nelle deliberazioni che i CdC assumono in una fase così cruciale della vita scolastica sia sostanzialmente indispensabile, il punto è che per garantirla i tempi a disposizione sono troppo esigui. Due le possibili soluzioni per evitare il ricorso alla delega: a) anticipare in uno dei due istituti il termine delle lezioni di uno o due giorni rispetto alla data fissata dal calendario regionale (ovviamente fatti salvi il minimo dei 200 gg di lezione e il monte ore curricolare da garantire agli alunni); b) non chiudere in anticipo ma dare disposizione ai docenti di non assegnare valutazioni negli ultimi due giorni di lezione in modo da poter svolgere nel pomeriggio gli scrutini in costanza di attività didattica.

La soluzione sub a) pare tuttavia confliggere con la delibera della Giunta regionale che considera per l’anno corrente (e invero anche per il prossimo) tassative le date di inizio e termine delle lezioni; quella sub b) potrebbe forse contenere profili di illegittimità relativi alla libertà sull’organizzazione del proprio lavoro per i docenti.

Alla luce di queste perplessità chiedo un tuo parere sulla praticabilità (se esiste) di una delle due opzioni, oppure se non sia più opportuno ricorrere comunque allo strumento della delega.

Ti ringrazio sinceramente per la disponibilità e la competenza che al solito dimostri a noi tutti.

 

Risposta

Una norma tuttora in vigore (D.Lgs. 297/94, art. 193) prevede che “i voti di profitto e di condotta degli alunni, ai fini della promozione alle classi successive alla prima, sono deliberati dal consiglio di classe al termine delle lezioni”. Dunque, si potrebbe sostenere (e viene di fatto sostenuto regolarmente nei ricorsi conseguenti a bocciature) che sia illegittimo svolgere gli scrutini prima del termine delle lezioni.

Al riguardo, si possono muovere i seguenti rilievi:

1) la norma in questione è ormai residuale, cioè si applica ad esaurimento solo alle classi “di vecchio ordinamento” degli istituti secondari superiori (escluse, per il corrente anno, le prime e le seconde; dal prossimo, anche le terze, e così via). Ciò per l’espressa previsione dell’art. 31, comma 2 del DLgs. 226/05, entrato in vigore – dopo una lunga moratoria – con il primo settembre 2010. Quando i nuovi ordinamenti saranno a regime, l’art. 193, insieme con numerose altre norme richiamate dal DLgs. 226, sarà abrogato e si applicheranno solo le norme del DPR 122/09 (peraltro già in vigore), che non prevedono questo vincolo;

2) se è vero che nei ricorsi contro le bocciature l’eventuale anticipazione dello scrutinio viene regolarmente evocata come causa di nullità, è altrettanto vero che la giurisprudenza non è affatto allineata a questa tesi. In molti casi, la questione è stata ritenuta ininfluente (in quanto assorbita da altre argomentazioni, favorevoli o contrarie, di maggior rilevanza giuridica o sostanziale), oppure risolta in senso negativo: doversi cioè aver riguardo alla durata minima del periodo delle lezioni fissato dalle norme e non all’ultimo giorno di calendario scolastico. E quindi ai 200 giorni o al monte orario equivalente;

3) di solito, l’anticipazione di parte degli scrutini nasce dall’esigenza pratica di consentire lo svolgimento degli stessi in tempi ragionevoli, compatibilmente con il numero complessivo delle classi da scrutinare, con la presenza di docenti impegnati su più scuole e con la necessità che siano tutti presieduti dal DS per assicurare unitarietà di comportamenti ai vari CdC. Negli istituti complessi, questa è quasi una regola. Per svolgerli nell’intervallo di tempo fra il termine delle lezioni e l’inizio degli esami, bisognerebbe contrarre i tempi di ogni consiglio di classe, a discapito della possibilità di esaminare le singole situazioni con la serenità e l’attenzione necessarie ed adeguate alla delicatezza delle decisioni da assumere. Un tale scrutinio potrebbe risultare “formalmente” regolare quanto al calendario, ma sarebbe invece certamente impugnabile con buone prospettive di successo sul piano della regolarità sostanziale delle operazioni valutative;

4) in casi del genere, la giurisprudenza opera con il criterio del “bilanciamento degli interessi” o, come si potrebbe dire con formula più comune, “del male minore”. Tale è quindi anche il criterio cui si suggerisce che si attenga il dirigente. Se cioè sono sui piatti della bilancia due esigenze: quella formale del rispetto di un termine “ordinatorio” che non incide su diritti soggettivi (posto che la durata minima legale del periodo delle lezioni è stata rispettata) e quella sostanziale del diritto di tutti gli studenti (non solo quelli della classe interessata al ricorso) a vedersi giudicati in tempi ragionevoli e con l’attenzione dovuta, la pesatura degli interessi pende decisamente in favore della seconda esigenza.

Pertanto. l’obiezione della irregolarità formale dello scrutinio anticipato può essere agevolmente respinta qualora sussistano – come si verifica nel caso proposto – esigenze di coordinamento delle sedute di scrutinio da parte del DS in relazione al numero delle classi.

 

Impossibilità di assegnazione di dirigente titolare in scuole sottodimensionate

 

Quesito del 26/03/2012

La Scuola che dirigo, per il prossimo anno, visti i dati sulle iscrizioni, avrà un numero di alunni che oscilla di due unità più o meno intorno alla quota 600, limite sotto il quale l'istituto andrebbe a reggenza.

Tuttavia come è ovvio il numero della popolazione scolastica dipende dalla modalità e dal momento in cui il dato viene ad essere determinato.

Vorrei chiarimenti su cosa la normativa prevede in tal senso.

Il sottoscritto inoltre ha un contratto che non scade il prossimo 31 Agosto.

Chiedo se è legittima la perdita della titolarità con trasferimento obbligato ad altra scuola in corso di contratto.

 

Risposta

La norma in questione e costituita dal D.L. 6 luglio 2011 n. 98 (convertito dalla legge del 15 luglio 2011 n. 111), il quale, all’articolo 19, comma 4, ha previsto la verticalizzazione di tutti i circoli didattici e di tutte le scuole secondarie di primo grado rimasti ancora autonomi ed ha innalzato il parametro inferiore a 1000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche. Al comma successivo ha stabilito inoltre che agli istituti con meno di 500 alunni (ridotti a 300 nelle situazioni particolari) non potrà essere assegnato un dirigente titolare e che pertanto saranno assegnati in reggenza. La successiva manovra finanziaria del novembre 2011 (adottata con legge 12 novembre 2011 n. 183), all’art. 4, comma 69 ha innalzato il parametro da 500 a 600 e la deroga da 300 a 400 ed al comma 70 ha esteso l’impossibilità di nominare il dirigente anche alla figura del DSGA in caso di sottodimensionamento.

In assenza di specifica indicazione ministeriale al riguardo, si ritiene che il numero degli alunni in questione sia quello registrato all’atto della costituzione dell’organico di diritto.

Per quanto riguarda l’assegnazione del dirigente ad altra istituzione scolastica in caso di scuole con un numero di alunni inferiore a 600 unità va ricordato che il d.lgs. 165/01, a seguito delle modifiche introdotte dal d.lgs. 150/09, inquadra l’attribuzione di incarichi dirigenziali tra gli atti che l’amministrazione, nella persona del direttore generale dell’USR, è legittimata ad adottare con atto unilaterale.

Tale diversa assegnazione può avvenire anche in vigenza di contratto triennale con il solo beneficio di conservare la retribuzione di posizione in godimento fino a conferimento di nuovo incarico (CIN Area V del 21/07/2006, art. 4/8).

 

Tutela giudiziaria coperta dall’Assicurazione ANP

 

Quesito del 26/03/2012

Avrei bisogno di avere notizie sulla copertura assicurativa legale per gli iscritti all'ANP in caso di contenzioso legale per motivi di servizio.

Grazie.

 

Risposta

La tutela giudiziaria garantita dalla polizza assicurativa Anp copre l'assicurato per rimborso delle spese legali:

- per l'esercizio di pretese al risarcimento danni a persona e/o a cose;

- per la difesa in sede penale e/o civile per reati colposi e/o contravvenzioni e per reati dolosi conclusisi con proscioglimento o assoluzione con decisione di I grado passata in giudicato;

- per la difesa in procedimenti di rivalsa da parte della Pubblica Amministrazione;

- per le liti attive nei confronti della Pubblica Amministrazione a difesa del proprio status.

Prima di conferire incarichi agli avvocati, promuovere azioni giudiziarie o arbitrati, proporre impugnazioni o concludere transazioni, l'assicurato deve informare la compagnia assicuratrice (compagnia Chartis, da informare attraverso il borker B&B - Via del Lido n. 104 - 04100 Latina - telef. 0773 628071 fax 0773 629506) che provvederà, in tempi ragionevoli, a comunicare il suo benestare; in caso contrario, e salvo che venga comprovata l'effettiva necessità e l'indifferibile urgenza di tali iniziative, restano a suo carico gli oneri relativi.

In caso di richiesta all'Amministrazione di rimborso delle spese legali (art. 18 legge n. 135/97), è garantito il rimborso della quota di spese eventualmente rimasta a carico dell’assicurato perché non ritenuta congrua dall'Avvocatura dello Stato.

Massimale per assicurato: € 25.000 per singola vertenza; € 50.000 per anno; nessuna franchigia.

La tutela giudiziaria è assicurata con la polizza n. IAH0000015 stipulata con la compagnia Chartis S.p.A..

 

 

Documentazione dell’attività di lavoro del candidato privatista agli esami di qualifica

 

Quesito del 24/03/2012

Un candidato esterno per la qualifica professionale di operatore elettronico ha svolto attività presso una ditta del settore a titolo di volontariato per più di due anni.

Vuole documentare questo periodo come tirocinio attestante la propria formazione necessaria per sostenere i suddetti esami.

Tale documentazione è valida e come deve essere attestata?

Grazie per la risposta.

 

Risposta

Lo scopo della norma che obbliga i candidati esterni agli esami di qualifica negli istituti professionali di essere in possesso di esperienze di lavoro coerenti con l’indirizzo per il quale chiedono di sostenere l’esame – obbligo introdotto con il nuovo ordinamento degli istituti professionali ex D.M. 24.4.1992 – è quello di salvaguardare la specificità della qualifica professionale dal duplice punto di vista del suo valore formale e della sua diretta relazione con il mondo del lavoro.

E ciò anche al fine di evitare che soggetti senza alcuna preparazione tecnica specifica potessero continuare ad accedere alla qualifica professionale impropriamente considerata nella situazione precedente come la via più facile per acquisire un titolo di studio per obiettivi del tutto estranei alla qualifica stessa.

Essa è contenuta nell’art. 28, comma 1 dell’OM 90/2001 il quale prevede che agli esami di qualifica sono ammessi anche i candidati esterni purché abbiano conseguito la licenza di scuola media da un numero di anni pari a quello della durata del corso e documentino adeguatamente di aver espletato in maniera significativa attività di lavoro corrispondente alla qualifica o di aver frequentato per la stessa durata un corso attinente alla qualifica di formazione professionale autorizzato dalle Regioni. L'attività lavorativa documentata deve essere tale che possa considerarsi sostitutiva, per durata e contenuto, della formazione pratica che gli alunni interni ricevono attraverso le esercitazioni svolte durante il corso di studi, tenuto conto anche degli obiettivi didattici delle specifiche discipline interessate. L’attività lavorativa coerente con la qualifica deve risultare, se subordinata, da una dichiarazione del datore di lavoro redatta secondo lo schema allegato alla presente ordinanza Per comprovare l’attività lavorativa svolte presso pubbliche amministrazioni è ammessa l’autocertificazione, mediante dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà conforme al modello allegato, prodotta ai sensi del D.P.R. n.403/98.

Poiché l’attività dichiarata dal candidato in questione è stata svolta presso una ditta del settore a titolo di volontariato, la ditta non potrà rilasciargli un’attestazione conforme a quella allegata all’OM stessa non essendo egli stato assunto dalla ditta medesima.

Né egli potrà produrre una delle dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà per comprovare le esperienze di formazione o lavorative svolte presso pubbliche amministrazioni, non essendo quella una P.A.

Pertanto a rigore il candidato non può essere ammesso. Si ritiene tuttavia che egli possa produrre una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà esemplato su queste ultime e vistato dalla ditta ove ha svolto il volontariato, sempre che questa sia disponibile a farlo.

 

Procedura per l’assunzione di provvedimento disciplinare a carico di alunni

 

Quesito del 23/03/2012

Fatto: consiglio straordinario per sanzione .a studente di classe prima superiore.

Anche se mi è nota la procedura chiedo per sicurezza tutti gli adempimenti necessari (es. convocazione, determina di sanzione etc...) al fine di non incappare in errori in una situazione particolarmente grave.

a) La madre di uno studente, pur di fronte a gravi e reiterati comportamenti del figlio (bestemmia, uscita dall'aula senza autorizzazione, etc) per cui è stato convocato il consiglio di classe, vuole trovare un vizio di forma nella procedura per denunciare la scuola;

b) ha pesantemente insultato i docenti ( durante il consiglio), è uscita sbattendo la porta e dicendo stronza;

c) la mattina successiva il figlio ha di nuovo insultato in classe la docente (sei una persona inutile).

Grazie.

 

Risposta

Le sanzioni disciplinari agli alunni debbono essere irrogate al termine di un procedimento i cui passaggi e modalità sono stabiliti nel regolamento di disciplina degli alunni da redigersi, da parte del Consiglio di istituto, con riferimento alle disposizioni della nota ministeriale 3602 del 31 luglio 2008; tale circolare ha fornito precisazioni in ordine alle modificazioni introdotte dal D.P.R. 235 del 21/11/2007 al D.P.R. 249 del 24 giugno 1997.

Alla luce dei predetti documenti, la iniziale delibera del Consiglio di classe relativa al provvedimento disciplinare da infliggere a un alunno deve essere intesa come delibera di attivazione del procedimento disciplinare: pertanto ad essa non può essere riconosciuto altro valore che quello di una “proposta”.

Pertanto il dirigente, dopo avere acquisito i necessari elementi di prova della colpevolezza dell’alunno, convoca un’altra riunione del Consiglio di classe (si ricorda che la predetta nota 3206/2008 evidenzia l’opportunità che quando il Consiglio è convocato per delibere relative a procedimenti disciplinari sia convocato nella forma allargata ai rappresentanti dei genitori e/o studenti), invitando i genitori degli alunni incolpati a presentarsi per esporre eventuali argomentazioni a discolpa: ovviamente nell’invito a comparire (o a presentare memorie scritte) il dirigente deve riportare con precisione la contestazione dei fatti e dei comportamenti che sono oggetto del procedimento disciplinare.

Dopo che il Consiglio, uditi i genitori dell’incolpato o preso atto della memoria scritta eventualmente presentata (oppure dopo aver preso atto che, nonostante la convocazione, non si sono presentati e non hanno presentato memorie scritte), avrà deliberato la sanzione, il dirigente la comunicherà con un decreto alla famiglia.

La scuola potrà inviare ai genitori il decreto in due copie: uno per il destinatario e l’altro da restituire, firmato, per ricevuta; potrà anche trasmetterne uno solo, chiedendone la restituzione firmata.

Anche la copia firmata da chi esercita la potestà genitoriale dovrà essere inserita nel fascicolo dell’alunno.

Nel decreto di irrogazione della sanzione il dirigente dovrà riportare l’organo al quale è possibile il ricorso da parte del genitori.

 

Graduatoria soprannumerari personale ATA

 

Quesito del 23/03/2012

Le sarei grata se volesse confermarmi la correttezza dei seguenti criteri, ai quali ho fatto riferimento nel predisporre la graduatoria interna del Personale ATA:

1) per l'anno di straordinariato svolto nel Circolo di attuale titolarità non va attribuito il punteggio relativo alla continuità di servizio

2) gli anni di servizio prestati quali dipendenti del Comune, nel ruolo di Collaboratore scolastico, sono valutati alla pari degli anni di servizio svolti, nello stesso ruolo, alle dipendenze dello Stato (2 punti per ciascun mese)

3) gli anni di servizio prestati quali dipendenti del Comune, nel ruolo di Collaboratore scolastico, debbono essere valutati per la continuità di servizio nello stesso Circolo, se prestati nel Circolo di attuale titolarità

4) bisogna valutare il servizio prestato fino al 30 Marzo?

 

Risposta

Le disposizioni cui riferirsi sono quelle stabilite dal CCNI sulla mobilità sottoscritto il 29/02/2012, in particolare dall’art. 48 e dall’allegato E.

In merito ai singoli quesiti si precisa:

1) la continuità di servizio svolto nel Circolo di attuale titolarità si riferisce a tutti gli anni (straordinariato compreso, il cui periodo di prova è di 2 mesi per le Aree A e A super, 4 mesi per i restanti profili, CCNL/2007, art. 45/1);

2) gli anni di servizio prestati dal personale ATA già statale o proveniente dagli Enti Locali sono valutati 2 punti per ciascun mese (lett. A della Tabella);

3) gli anni di servizio prestati dal personale ATA già statale o da quello proveniente dagli Enti Locali debbono essere valutati se prestati nel profilo di appartenenza senza soluzione di continuità per almeno un triennio nella scuola di attuale titolarità, come previsto dalla lett. D della Tabella;

4) il servizio va valutato fino al 30 marzo 2012, data di scadenza del termine di presentazione della domanda di mobilità (lett. A della Tabella).

 

 

Mancata validazione della scheda di partecipazione agli esami di stato di docente destinatario di sanzioni disciplinari superiori alla censura

 

Quesito del 23/03/2012

Un docente molto problematico ha presentato la domanda per partecipare agli esami di stato dichiarandosi disponibile ad una nomina anche a presidente. Su di lui grava già il provvedimento della censura, seguito ad un precedente avvertimento scritto, mai impugnati. E' convocato per lunedì per un altro addebito (ha chiamato 'pedofilo' un alunno di quarta di fronte alla classe che conferma il fatto). Presumo che non si presenterà, come in passato, e quindi passerò alla sanzione successiva. E' sufficiente per non convalidare la sua domanda oppure non posso farlo visto che potrebbe ricorrere e quindi il mio provvedimento non può ritenersi definitivo?

A titolo informativo, il docente ha già avuto una visita ispettiva conclusa con una relazione che sottolinea che non è un docente modello, ma, dato che il DS si è dimostrato competente e paziente, gli viene affidato perché migliori! Così ahimè non è stato.

 

Risposta

Se il docente in questione sarà oggetto di provvedimento disciplinare superiore alla censura dovrà essere disposta la non validazione della sua scheda di partecipazione agli esami di stato, o la eventuale cancellazione se già validata, con obbligo di informazione all’interessato, ai sensi dell’allegato 12 alla CM 15/2012.

Il provvedimento disciplinare in questione è atto definitivo, che produce tutti i suoi effetti dal momento dell’emanazione, impugnabile soltanto davanti al giudice del lavoro. Esso resta pertanto valido fino all’eventuale annullamento da parte di costui.

 

 

Fruizione di permessi retribuiti e di ferie per motivi personali/familiari documentati

 

Quesito del 22/03/2012

Una docente di scuola dell'infanzia, in servizio in un plesso (dove la maggior parte delle docenti è assente per malattia e alcuni docenti usufruiscono dei permessi Legge 104 art 33 comma 3) mi ha chiesto tre gg di permesso retribuito più sei gg di ferie per problemi personali documentati. Sono disposta a concedere i tre gg di permesso retribuito, in quanto pare (parere dell'ARAN) non c'è più il potere discrezionale del dirigente (mi chiedo, perché si chiamano permessi?). Non sono, però, disposta a concedere le ferie, in quanto non saprei come far sostituire la docente senza oneri per lo Stato. A questo punto la docente è insorta mi ha portato sentenze varie, ha fatto intervenire sindacalisti, ecc. Aspetto, pertanto, un vs autorevole parere. Nell'attesa invio cordiali saluti e sentiti ringraziamenti.

 

Risposta

L’art. 15, comma 2, del CCNL/2007 prevede che il dipendente ha diritto, a domanda, nell'anno scolastico, a tre giorni di permesso retribuito per motivi personali o familiari documentati anche mediante autocertificazione. Per gli stessi motivi e con le stesse modalità, può fruire di sei giorni di ferie durante i periodi di attività didattica di cui all’art. 13, comma 9, prescindendo dalle condizioni previste in tale norma.

Sul tema si è espresso autorevolmente l'Aran in un Orientamento applicativo pubblicato sul sito istituzionale il 17/10/2011, affermando che l’art. 15, comma 2, primo periodo, esplicita chiaramente che il diritto ai permessi retribuiti per motivi personali o familiari (norma comune per il personale docente ed ATA) è subordinata ad una richiesta (...a domanda...) del dipendente documentata “anche mediante autocertificazione”.

Anche il secondo periodo dello stesso comma consente al personale docente – con la stessa modalità (richiesta) e allo stesso titolo (motivi personali o familiari) – la fruizione di sei giorni di ferie durante l’attività didattica stabilendo, però, che se richiesti ai sensi dell’ art.13, comma 9 (ferie), sono concessi in subordine “alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale con altro personale in servizio nella stessa sede e, comunque, alla condizione che non vengano a determinarsi oneri aggiuntivi anche per l’eventuale corresponsione di compensi per ore eccedenti”.

In precedenza l’Aran, in risposta a un quesito inoltrato da una scuola, aveva inviato all'USR per la Puglia la nota prot. 2898/2011 del 2/02/2011, nella quale, a parere dell'Agenzia, l'art. 15, comma 2, primo periodo, esplicita chiaramente che il diritto ai tre giorni di permesso retribuito per motivi personali o familiari è subordinato ad una richiesta (... a domanda...) del dipendente documentata “anche mediante autocertificazione”.

Il secondo periodo dello stesso comma consente al personale docente – con la stessa modalità (richiesta) e allo stesso titolo (motivi personali o familiari) – la fruizione di sei giorni di ferie durante l'attività didattica indipendentemente dalle condizioni previste all'art. 13, comma 9 (ferie).

La previsione contrattuale generica ed ampia di “motivi personali o familiari” e la possibilità che la richiesta di fruizione del permesso possa essere supportata anche da “autocertificazione”, a parere dell'Agenzia, esclude un potere discrezionale del dirigente scolastico il quale, nell'ambito della propria funzione è preposto al corretto ed efficace funzionamento dell'istituzione scolastica nonché alla gestione organizzativa della stessa.

Una recente sentenza del Tribunale di Monza (Sent. 288/11, R.G. 595/10 del 12/05/2011) riconosce ad una docente della scuola il diritto a fruire dei 3 giorni di permesso retribuito per motivi personali o familiari previsti all'art. 15 c. 2 del CCNL/07 e dei 6 giorni di ferie se richiesti a tale scopo. Tale richiesta, se motivata con documentazione o anche con puntuale autocertificazione da parte del docente, non è soggetta a valutazione discrezionale da parte del dirigente scolastico.

In particolare la sentenza precisa che nessuna discrezionalità è lasciata al dirigente scolastico in merito all'opportunità di autorizzare il permesso e le ferie per queste ipotesi, né, in particolare, gli è consentito di comparare le esigenze scolastiche con le ragioni personali o familiari certificate per cui il permesso è richiesto, ma avrà solo un controllo di tipo formale in merito alla presentazione della domanda ed all'idoneità della documentazione a dimostrare la sussistenza delle ragioni poste a base della domanda; né, tanto meno, è consentito al dirigente scolastico porre delle regole preventive che vietino o restringano la possibilità per i docenti di usufruire dei permessi o delle ferie in periodo di attività didattica, qualora queste siano richieste per motivi personali o familiari.

Concludendo, in relazione al caso esposto, si ritiene che la docente, per fruire del permesso debba preventivamente motivare con documentazione o anche con autocertificazione le ragioni della richiesta del permesso, ma il dirigente non ha titolo a valutarla discrezionalmente poiché il suo intervento deve limitarsi a un mero controllo di tipo formale.

 

 

Il sindaco invita la scuola a non accogliere iscrizioni di non residenti…

 

Quesito del 21/03/2012

Il sindaco del Comune dove è ubicata la mia scuola, che è un circolo didattico di 650 alunni, mi ha inviato un fax, soltanto in data odierna, in cui mi comunica che la scuola non deve iscrivere alunni in ingresso nella scuola dell’infanzia, se non residenti, senza riferire alcuna motivazione.

Invero, lo scorso anno un’ordinanza sindacale recitava che il Comune non avrebbe sostenuto le spese della mensa per gli alunni iscritti nelle scuole del Comune ma non residenti. La suddetta ordinanza, allora, veniva notificata dalla scrivente alle famiglie dei non residenti .che dunque provvedevano a pagare per intero la mensa; inoltre, alle famiglie dei nuovi iscritti per il prossimo anno scolastico ho provveduto a notificarlo nel modulo di iscrizione stesso.

D’altra parte in una riunione con i dirigenti scolastici, il sindaco riferiva di problemi di costi della scuola riferendosi anche, oltre alla mensa, al costo delle strutture, per cui mirava a chiudere qualche plesso dismettendo gradualmente, di anno in anno, i non residenti.

Intanto, a fronte di queste poche righe da parte del sindaco che non esplicita alcuna motivazione, mi chiedo se posso annullare le iscrizioni dei non residenti in ingresso nella scuola dell’infanzia che sono, tra l’altro, in numero di 12, riducendo così il numero complessivo degli alunni compromettendo un rischio sottodimensionamento, oltre alla perdita della formazione di una sezione, senza incorrere in contenziosi con le famiglie degli espunti o, eventualmente dei perdenti posto.

 

Risposta

Per le ragioni esposte nel quesito si suggerisce di resistere alle richieste del sindaco e di non respingere le iscrizioni dei non residenti alla condizione che essi paghino per intero la mensa scolastica. Lo giustificano le conseguenze che ne deriverebbero per la scuola.

D’altronde non può essere ignorato che uno dei principi generali in materia di iscrizione degli alunni, a differenza di quanto accadeva fino a quindici anni fa, è la assoluta libertà di scelta della scuola che, per le più diverse ragioni, i genitori ritengono più adatta alle esigenze dell’alunno e della famiglia.

La richiesta di non iscrivere alunni in ingresso nella scuola dell’infanzia, se non residenti, potrebbe essere fondatamente rivolta dall’ente locale alla scuola nel caso in cui in essa, a seguito di iscrizioni provenienti da famiglie residenti altrove, si determinasse un aumento del numero delle classi rispetto all’attuale consistenza organica, senza la corrispondente disponibilità di locali, sicché all’ente locale fosse richiesto di mettere a disposizione nuove aule e fossero incrementati i relativi oneri, cosa che non pare avvenire nel caso in questione.

 

 

Aspettativa per motivi di lavoro e per anno sabbatico

 

Quesito del 21/03/2012

Una docente di scuola primaria, in ruolo dall'anno scolastico 2007/2008, chiede di usufruire dell'aspettativa per motivi di lavoro per realizzare l'esperienza di una diversa attività lavorativa presso altra P.A. (ai sensi dell'art. 18 del CCNL). Si precisa che la docente ha già usufruito, nell'anno scolastico 2009/2010, di 4 mesi per lo stesso motivo.

Alla luce di quanto esposto si chiede:

1) la docente ha diritto ad un secondo periodo di aspettativa per lavoro?

2) ha diritto, eventualmente, all'anno sabbatico, considerando che spetta 1 anno ogni 10 e la docente non ha ancora raggiunto il decennio di servizio?

Si precisa, inoltre, che la docente dovrebbe, da informazioni ufficiose, prendere servizio presso l'altra amministrazione il prossimo lunedì 26/03/2012 e, al momento, non avendo ancora ricevuto il contratto, non ha fatto richiesta ufficiale di aspettativa. Quale il comportamento del D.S. in questa situazione?

 

Risposta

L’aspettativa per motivi di lavoro è disciplinata dall’art. 18 comma 3 del CCNL/2007 ai sensi del quale il dipendente è collocato in aspettativa, a domanda, per un anno scolastico senza assegni per realizzare, l’esperienza di una diversa attività lavorativa o per superare un periodo di prova.

In merito ai presupposti richiesti, ricordiamo che la concessione dell’aspettativa non è discrezionale, in quanto la norma prevede testualmente che il dipendente, a domanda, è collocato in aspettativa, non lasciando, pertanto, alla scuola alcun margine di discrezionalità legato a esigenze di servizio. Naturalmente nella domanda il dipendente dovrà precisare ed attestare l’esperienza lavorativa per la quale chiede di essere collocato in aspettativa.

Pertanto, la suddetta norma offre al dipendente la possibilità di stipulare un altro contratto di lavoro con un’altra amministrazione pubblica o soggetto privato. L’aspettativa in questione è senza retribuzione e, a nostro avviso, in un ottica di interpretazione più favorevole al lavoratore (visto che per quanto ci risulta non ci sono circolari o note interpretative di segno contrario) può avere durata inferiore all’anno scolastico.

Tuttavia si ritiene che tale periodo di aspettativa non possa essere prorogato; pertanto, dato il tenore letterale della norma, che fa riferimento esclusivo ad “un anno scolastico”, e alla luce dei principi generali in materia di incompatibilità, si ritiene che una volta usufruito un periodo di aspettativa ai sensi dell’art. 18 citato anche per un periodo inferiore all’anno scolastico, il dipendente non possa farne nuovamente richiesta.

Quindi, premesso che la docente ha già usufruito, nell'anno scolastico 2009/2010, di 4 mesi per lo stesso motivo, si ritiene che non possa essere nuovamente fruirne.

Tuttavia essa può comunque usufruire, ai sensi del comma 14 dell’art. 26 della legge 448 del 23.12.1998 (legge finanziaria 1999), del periodo di aspettativa non retribuita c.d. anno sabbatico (della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni compreso il primo decennio).

Infatti l'art. 26/14 delle legge 448/1998 prevede che i docenti e i dirigenti scolastici che hanno superato il periodo di prova possono usufruire di un periodo di aspettativa non retribuita della durata massima di un anno scolastico ogni dieci anni. Per i detti periodi i docenti e i dirigenti possono provvedere a loro spese alla copertura degli oneri previdenziali.

Il beneficio dell’anno sabbatico spetta a tutto il personale della scuola, a condizione del superamento del periodo di prova e consiste in un'aspettativa non retribuita fino a un massimo di 1 anno ogni 10 (compreso il primo decennio).

La C.M. n. 96 del 28/03/2000 ha chiarito che: a) la richiesta è sottratta all'apprezzamento discrezionale dell'amministrazione; b) tale aspettativa non può essere oggetto di frazionamento, sicché la fruizione di un periodo inferiore esaurisce il diritto.

L’istanza, che non abbisogna di altri riferimenti normativi oltre quello della legge 448/1998, va presentata alla scuola, in carta semplice, e non è necessario indicare i motivi per i quali l’interessato intende fruirne.

L'aspettativa interrompe l’anzianità di servizio, ma i relativi periodi possono essere riscattati a spese dell’interessato.

 

Le valutazioni delle discipline svolte in compresenza tra docente teorico e ITP

 

Quesito del 21/03/2012

Potete illuminarmi sulla seguente faccenda che riguarda un istituto tecnico, o meglio i difficili rapporti tra un ITP e la docente curricolare? Cerco di precisare le domande:

1) In quale percentuale pesa il voto di laboratorio nelle compresenze sulla valutazione finale? Si calcola come percentuale in base alle ore svolte da ciascun docente?

2) Se non c'è accordo tra i due insegnanti sui programmi come si deve agire?

Grazie per l'aiuto.

 

Risposta

L’art. 5 della legge 124/1999 regola i compiti degli ITP in questi termini: “Art. 5 (Insegnanti tecnico-pratici e utilizzazioni presso gli enti e le associazioni di cui all'articolo 456, comma 2, del testo unico) 1. All'articolo 5 del testo unico [è il D.Lgs. 297/1994] sono apportate le seguenti modificazioni: a) dopo il comma 1, è inserito il seguente: "1-bis. Gli insegnanti tecnico-pratici, anche quando il loro insegnamento si svolge in compresenza, fanno parte, a pieno titolo e con pienezza di voto deliberativo, del consiglio di classe. Le proposte di voto per le valutazioni periodiche e finali relative alle materie il cui insegnamento è svolto in compresenza sono autonomamente formulate, per gli ambiti di rispettiva competenza didattica, dal singolo docente, sentito l'altro insegnante. Il voto unico viene assegnato dal consiglio di classe sulla base delle proposte formulate, nonché degli elementi di giudizio forniti dai due docenti interessati."; b) al comma 4, primo periodo, sono soppresse le parole: "i docenti tecnico-pratici e"; al medesimo comma 4, secondo periodo, sono soppresse le parole: "i docenti tecnico-pratici o".

Pertanto i docenti tecnico pratici sono giuridicamente docenti a tutti gli effetti e ne debbono svolgere le funzioni e gli obblighi conseguenti.

La C.M. n. 28 del 3/02/2000 ha impartito disposizioni applicative della legge stessa. In particolare, circa le valutazioni periodiche e finali essa stabilisce: “Gli insegnanti tecnico pratici, anche quando il loro insegnamento si svolge in compresenza, fanno parte, a pieno titolo e con pienezza di voto deliberativo, del consiglio di classe; le proposte di voto per le valutazioni periodiche e finali relative alle materie il cui insegnamento è svolto in compresenza sono autonomamente formulate, per gli ambiti di rispettiva competenza didattica, dal singolo docente, sentito l'altro insegnante. Il voto unico, poi, viene assegnato dal consiglio di classe sulla base delle proposte formulate nonché degli elementi di giudizio forniti dai due docenti interessati. […] Alla luce delle osservazioni sopra espresse, appare evidente che un'applicazione della nuova normativa coerente con l'attuale organizzazione didattica (che prevede nelle valutazioni intermedie l'assegnazione di voti separati nelle materie con diversità di prove scritte, orali, pratiche e di un voto unico nella valutazione di fine anno) richiede che le relative proposte di voto - basate sulle risultanze del registro personale proprio di ciascun docente - siano adeguate ai seguenti criteri:

- nelle materie insegnate in compresenza, per le quali è prevista anche l'attribuzione del voto pratico, quando si tratti degli scrutini intermedi, in cui i voti rimangono distinti, ciascun docente formula autonomamente la propria proposta di voto, sentito l'altro insegnante;

- quando si tratti degli scrutini finali e anche nelle materie insegnate in compresenza per le quali non è previsto il voto pratico, ferma restando l'autonoma proposta di voto di entrambi i docenti, il Consiglio di classe assegna il voto unico”.

Pertanto i docenti tecnico pratici hanno titolo a far parte del consiglio di classe con gli stessi diritti degli altri professori.

In particolare, negli scrutini finali il CdC assegna un voto unico sulla scorta dell’autonoma proposta di voto di entrambi i docenti. Essa pertanto non è in percentuale alle ore di insegnamento.

In caso di eventuale votazione relativa alla promozione/non promozione di un alunno, ciascun insegnante dispone di un voto.

 

Le indennità dovute al collaboratore vicario di una scuola in reggenza

 

Quesito del 20/03/2012

Oltre all'istituto di mia competenza, mi è anche stata assegnata una reggenza (Scuola Media Unica). In questo caso, avrei bisogno di conoscere quali compensi spettano al vice preside in caso di reggenza. C'è una indicazione contrattuale? Avevo forse letto qualcosa in merito, ma non riesco a risalire a norme specifiche.

 

Risposta

Al collaboratore vicario di una scuola data in reggenza compete il 50% dell'indennità di reggenza prevista dall'art. 69 comma 2 del CCNL/95 (come richiamato dall'art. 146, comma 1 lett. g) punto 7 del CCNL/2007), nei seguenti termini: “Qualora si dia luogo all’affidamento in reggenza degli uffici di cui al comma 1, ai titolari che assumono la reggenza è corrisposta un’indennità di reggenza pari al 50% di quella prevista per gli incarichi o le sostituzioni, così come definita nel comma medesimo. In tal caso al docente vicario è corrisposta un’indennità di pari importo”.

Pertanto, al vicario del dirigente di una scuola data in reggenza compete il 50% dell'indennità di funzioni superiori, costituita dal differenziale dei livelli iniziali di inquadramento dirigente-docente. Inoltre, in caso di assenza del titolare, al vicario reggente compete l'indennità di direzione (art. 21, CCNL/1999) e, in caso di assenza superiore a 15 giorni, l'ulteriore 50% dell’indennità di funzioni superiori (art. 69, comma 1, CCNL/95).

La liquidazione di tali indennità in passato era disposta direttamente dall’istituzione scolastica su specifici fondi assegnati dal MIUR previo apposito monitoraggio finalizzato alla quantificazione della spesa in questione. In particolare l’indennità di reggenza veniva corrisposta mensilmente agli aventi diritto, anche se il criterio per la sua determinazione è stabilito su base annua.

Tuttavia in questo momento le indennità di funzioni superiori e di reggenza mancano di specifica copertura finanziaria. Infatti il CCNL scuola vigente, all’art. 146, richiama esplicitamente in vigore le norme citate, ma aggiunge: “fondi non a carico del CCNL della scuola”.

Con la nota prot. n. 10773 dell’11 novembre 2010 il MIUR aveva fornito alle scuole le indicazioni per la predisposizione del programma annuale per l’anno finanziario 2011.

Era stato precisato che per le indennità di funzioni superiori, di direzione e di reggenza (art. 146 CCNL), che non gravano sul FIS, non era disponibile una specifica risorsa finanziaria

Nella nota veniva anche precisato che l’argomento sarebbe stato oggetto di confronto sindacale a livello nazionale. Dal confronto sindacale che si è tenuto il 14 luglio 2011 è emerso che l’Amministrazione ha assunto l’impegno di richiedere in tempi strettissimi un parere all’ARAN circa la determinazione del soggetto istituzionale (MIUR o MEF) al quale vada imputato l’onere dei compensi relativi alla sostituzione del dirigente scolastico per periodi superiori a quindici giorni e alle reggenze.

Nel merito, si segnala altresì una nota dell’11/10/2011 del Direttore Generale del Bilancio del MIUR indirizzata a una scuola dell'Umbria che precisava: “Il compenso per lo svolgimento di attività di collaborazione con il dirigente scolastico per lo svolgimento di funzioni dello stesso sono finanziate dal FIS art. 88 ccnl 2006/09. Non sono previsti nello stato di previsione di questo Ministero altri finanziamenti per ulteriori incarichi da parte del D.S. ai propri collaboratori [leggasi: “Indennità di funzioni superiori e di reggenza”], senza entrare nel merito di questi e fermo restando quanto disposto dall’art. 52 d.lgs n. 165/2011. Né, d’altronde, risultano assegnate a codesta istituzione scolastica risorse specifiche destinate a tal fine, come già evidenziato nella nota per la predisposizione del programma annuale 2011. Poiché non possono essere assunti impegni non coperti dal bilancio l’eventuale incarico non avrebbe copertura finanziaria, con tutte le note conseguenze in capo al responsabile dell’assunzione dell’impegno di spesa non coperto dalla disponibilità del bilancio”.

Con la nota prot. n. 9353 del 22 dicembre 2011 il MIUR ha fornito le indicazioni per il Programma Annuale e.f. 2012 delle Istituzioni Scolastiche.

Anche con la suddetta nota il Ministero ha ribadito che per gli istituti contrattuali di cui all'art. 146 del CCNL, che non gravano sul FIS, non è prevista l'assegnazione di una risorsa finanziaria all'Istituzione scolastica.

Pertanto, anche se pare paradossale, finché la questione non trovi una soluzione non è possibile corrispondere ai vicari delle scuole in reggenza le indennità loro dovute.

 

Vincolo quinquennale di permanenza su posti di sostegno

 

Quesito del 20/03/2012

Chiedo cortesemente di appurare se in ambito di conteggio del periodo sul posto di sostegno il quinquennio può dirsi completato se il docente ha prestato servizio per: 3 anni su posto di sostegno nella scuola primaria + 2 su posto di sostegno nella scuola dell'Infanzia (il servizio è stato svolto con il titolo prescritto per entrambi gli ordini).

Grazie.

 

Risposta

Si premette che il vincolo quinquennale di permanenza su posti di sostegno comporta la permanenza continuativa sul sostegno stesso, senza possibilità di ottenere il trasferimento, il passaggio, l'utilizzazione o l'assegnazione provvisoria su posti comuni o su classi di concorso ordinarie fino al compimento del quinquennio, ossia prima della conclusione del quinquennio stesso.

L’art. 26, comma 7 del CCNI sulla mobilità sottoscritto il 29/02/2012 prevede che i docenti titolari su posto di sostegno, pur se soggetti al vincolo quinquennale, possono partecipare alle operazioni di mobilità per passaggio di ruolo su posti di sostegno di ordine e grado diversi. I docenti che ottengono il passaggio di ruolo su posti di sostegno hanno l'obbligo di permanervi per un quinquennio.

Si ritiene essere questo il caso proposto nel quesito di un insegnante che ha prestato servizio per 3 anni su posto di sostegno nella scuola primaria e poi ha ottenuto il passaggio di ruolo su posti i sostegno nella scuola dell’infanzia dove opera da 2 anni. Essa dovrà permanervi ancora altri 3 anni prima di ottenere passaggi di ruolo su posti di tipo comune e su classi di concorso.

In vincolo di permanenza in questione è riferito allo stesso ordine e grado di scuola e non lo si assolve prestando servizio per 5 anni in ordini e gradi diversi di scuola.

 

 

Inserimento in graduatoria di terza fascia A.A. di una pensionata

 

Quesito del 20/03/2012

Si chiedono chiarimenti circa la domanda presentata dalla Signora XXX, collaboratore scolastico, collocata a riposo per dimissioni volontarie dal 01/09/2010.

La Signora, che era già inserita in graduatoria di terza fascia di Assistente Amministrativo, ha presentato domanda All. D2.

Abbiamo ricevuto ricorso da altra persona inserita in graduatoria.

Ci si chiede: la signora XXX ha diritto a rimanere inserita in graduatoria, allegato D2, anche se nel modello di domanda sezione D punto H è espressamente indicato: di non essere stato destituito o dispensato, di non essere decaduto dall'impiego o collocato a riposo?

Nell'ipotesi in cui possa rimanere in graduatoria, come dobbiamo valutare il servizio, visto che la stessa è in pensione dal 01/09/2010?

 

Risposta

Il DM n. 104/2011 che determina la costituzione delle graduatorie di terza fascia del personale ATA, all’art. 3.3, lett. f) stabilisce che sono esclusi soltanto “i dipendenti dello stato o di enti pubblici collocati a riposo in applicazione di disposizioni di carattere transitorio o speciale” (ad esempio i collocati a riposo per dispensa per motivi di salute).

Esso ammette pertanto l’inclusione di coloro che siano in pensione per effetto delle disposizioni generali sul collocamento a riposo. Nel caso concreto la circostanza va appurata.

Ammessa poi la legittimità dell’inclusione, il periodo trascorso in servizio in qualità di collaboratore scolastico va valutato ai sensi dell’allegato A/1 al decreto, punto 7) “Altro servizio prestato in una qualsiasi delle scuole elencate al punto 6”, pari a punti 1,20 per ogni anno.

 

 

Adozione alternativa ai libri di testo nella scuola primaria

 

Quesito del 20/03/2012

Nella scuola che ho in reggenza (Direzione didattica) il Collegio dei docenti delibera da sempre l’adozione alternativa ai libri di testo facendo riferimento al Regolamento dell’autonomia, al T.U. 297/94, all’art 27 co 4 della legge 448/98 e al comma 622 della legge 296/06.

Vista la C. M. n. 18 del 9/02/2012 è ancora possibile effettuare la scelta dell’adozione alternativa ai libri di testo?

 

Risposta

La CM n. 18 del 9/02/2012 avente per oggetto “Adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2012/2013 – Indicazioni operative” non fa espresso riferimento alla possibilità di adottare soluzioni alternative al libro di testo, ma non contiene neanche un esplicito divieto.

Pertanto resta in vigore l'art. 156 del D.Lgs n. 297/94, il quale, però, condiziona l'adozione alternativa all'attuazione di specifiche forme di sperimentazione ai sensi degli artt. 277 e 278 del Decreto stesso.

Più attuale e più pregnante appare, inoltre, il riferimento all'art. 4, comma 5 del DPR n. 275/99, dove si prevede che: “La scelta, l'adozione e l'utilizzazione delle metodologie e degli strumenti didattici, ivi compresi i libri di testo, sono coerenti con il Piano dell'offerta formativa di cui all'art. 3 e sono attuate con criteri di trasparenza e tempestività. Esse favoriscono l'introduzione e l'utilizzazione di tecnologie innovative”.

La scuola primaria è pertanto legittimata ad adottare soluzioni alternative al classico libro di testo a condizione che tale scelta sia espressamente contenuta all'interno del POF e, quindi, rappresenti la consapevole decisione del Collegio docenti, che sulla stessa sia stato acquisito il parere delle famiglie e che sia stata formalizzata nella delibera di adozione del POF da parte del Consiglio di circolo. Questo è il vero vincolo che la norma pone in carico alla scuola che opta per adozioni alternative al libro di testo.

Il vincolo quinquennale, invece, è espressamente riferito all'adozione dei libri di testo e non a quella di materiali alternativi.

 

Trasferimento per assistenza del figlio unico al genitore con disabilità

 

Quesito del 19/03/2012

Vorrei chiedere l'assegnazione provvisoria (sono neoimmessa in ruolo con blocco della mobilità per 5 anni) e avvicinarmi a mio padre che è invalido al 100% nonché in possesso della legge 104 art. 3 comma 3.

Il mio dubbio è questo: mio padre risiede nel comune x, mia madre nel comune y (lontano più di 1000 km) e mio fratello nel comune z (vicino a mio padre ma diverso dal suo), mentre io risiedo a 700 km da lui.

Posso far richiesta di avvicinamento, dando come motivazione oggettiva la distanza da parte di mia madre, e motivazioni lavorative per mio fratello?

Qualora la risposta sia negativa, avrei possibilità di avvicinarmi se decido di spostare la mia residenza nella stessa casa di mio padre? In questo modo in quanto convivente nello stesso stato di famiglia.

 

Risposta

Le assegnazioni provvisorie vengono disposte a seguito di apposito contratto od OM (quella riferita all’a.sc. 2011/2012 porta il n. 64 del 21/07/2011) che sono emanati nei mesi estivi contestualmente alla costituzione dell’organico di fatto.

Entro il 30 marzo 2012 è possibile invece chiedere il trasferimento alle condizioni stabilite dal CCNI sulla mobilità sottoscritto il 29/02/2012 il quale, all’art. 2, comma 2, in attuazione dell’art. 9 comma 21 della legge n. 106/11, prevede che il personale docente, assunto a tempo indeterminato dopo l’entrata in vigore della legge, nell’anno scolastico 2011/12 o successivi, non può partecipare ai trasferimenti per altra provincia per un quinquennio a far data dalla decorrenza giuridica della nomina in ruolo.

Tale disposizione non si applica ai docenti nominati con retrodatazione giuridica al 2010/11, sia dalle graduatorie dei concorsi che da quelle ad esaurimento.

E’ escluso dall’applicazione della suddetta norma il personale docente ed educativo di cui all’art. 7, comma 1, punti I), III) e V) del contratto sulla mobilità.

L’art.7, comma 1, punto V) concerne l’assistenza al coniuge, ed al figlio con disabilità, ovvero assistenza del figlio unico al genitore con disabilità.

Per fruirne occorre che il docente sia il solo figlio individuato come referente unico che presta assistenza al genitore disabile in situazione di gravità.

In caso di figlio che assiste un genitore in qualità di referente unico, la precedenza viene riconosciuta in presenza di tutte le sottoelencate condizioni:

- documentata impossibilità del coniuge di provvedere all’assistenza per motivi oggettivi;

- impossibilità, da parte di ciascun altro figlio di effettuare l’assistenza al genitore disabile in situazione di gravità per ragioni esclusivamente oggettive, documentate con autodichiarazione, tali da non consentire l’effettiva assistenza nel corso dell’anno scolastico. L’autodichiarazione rilasciata dagli altri figli non è necessaria laddove il figlio richiedente la precedenza in qualità di referente unico, sia anche l’unico figlio convivente con il genitore disabile. Tale situazione di convivenza deve essere documentata dall’interessato con dichiarazione personale sotto la propria responsabilità, redatta ai sensi delle disposizioni contenute nel D.P.R. 28.12.2000, n. 445, così come modificato ed integrato dall’art. 15, della legge 16 gennaio 2003, n. 3, ovvero mediante presentazione dello stato di famiglia.

- essere anche l’unico figlio che ha chiesto di fruire per l’intero anno scolastico in cui si presenta la domanda di mobilità, dei 3 giorni di permesso retribuito mensile per l’assistenza ovvero del congedo straordinario ai sensi dell’art. 42 comma 5 del D.L.vo 151/2001.

In assenza anche di una sola delle suddette condizioni per il figlio referente unico che assiste un genitore in presenza di coniuge o di altri figli, la precedenza nella mobilità provinciale prevista dalla L. 104/92 potrà essere fruita esclusivamente nelle operazioni di mobilità annuale.

Per beneficiare della precedenza prevista dall’art. 33, della legge n. 104/92, gli interessati dovranno produrre apposita certificazione secondo le indicazioni riportate nel successivo art. 9, Documentazione e Certificazioni.

La predetta certificazione deve essere prodotta contestualmente alla domanda di trasferimento.

 

 

Dimensionamento della rete scolastica nella scuola primaria

 

Quesito del 19/03/2012

In occasione dei dimensionamenti, l'USP di Genova ha inviato ai D.S. la richiesta di formulare graduatorie uniche dei docenti in una serie di casi.

A mio parere la situazione del mio istituto non vi ricade.

Precisamente, rappresento una direzione didattica che con tutti i suoi 5 plessi confluisce in un unico IC con una media che si fraziona in 2 parti: un plesso va a costituire il Comprensivo con noi; l'altro va a costituire un Comprensivo con un'altra DD che, come noi non perde plessi.

Il relativo dirigente sostiene che dobbiamo fare una graduatoria unica dei docenti delle due Direzioni didattiche, anche se, ripeto, i nostri relativi plessi rimangono in due blocchi identici senza scorporo di plessi.

Qual è il Suo parere?

Grazie.

 

Risposta

Il CCNI sulla mobilità sottoscritto il 29/02/2012 all’art. 20 relativo all’individuazione del perdente posto in conseguenza dal dimensionamento della rete scolastica nella scuola primaria e dell’infanzia prevede quanto segue:

I) nel caso di unificazione di più circoli e/o di istituti comprensivi tutti i docenti titolari dei circoli e/o istituti comprensivi che sono confluiti interamente nel nuovo circolo e/o istituto comprensivo entrano a far parte di tale circolo e/o istituto comprensivo e formano un’unica graduatoria, distinta per tipologia, per l’individuazione del perdente posto;

II) nel caso in cui, a seguito delle operazioni di dimensionamento, singoli plessi o scuole dell’infanzia confluiscano in altro circolo o istituto comprensivo, tutti i docenti titolari nel circolo e/o istituto comprensivo ed assegnati, nel corrente anno scolastico, dal dirigente scolastico sui plessi medesimi o sulle scuole dell’infanzia medesime possono esprimere, al fine di garantire la continuità didattica, un’opzione per l’acquisizione della titolarità nel circolo e/o istituto comprensivo di confluenza. L’ufficio territorialmente competente, sulla base di tale opzione, prima delle operazioni di mobilità, procede all’assegnazione di titolarità dei predetti docenti nei circoli e/o istituto comprensivo in cui sono confluiti i plessi e le scuole dell’infanzia.

Ai fini dell’individuazione dei soprannumerari in ciascuno dei circoli e/o istituti comprensivi di arrivo si procede alla formulazione di un’unica graduatoria comprendente sia i docenti già facenti parte dell’organico del circolo e/o istituto comprensivo medesimo sia i docenti neotitolari a seguito della precedente operazione di modifica della titolarità. I docenti in servizio nel plesso che è confluito in un altro circolo e/o istituto comprensivo che non optano, rimangono a far parte dell’organico del circolo e/o istituto comprensivo di precedente titolarità ai fini dell’individuazione dei soprannumerari, mentre diventano automaticamente soprannumerari qualora il circolo e/o istituto comprensivo di precedente titolarità sia stato soppresso. In quest’ultimo caso i titolari individuati soprannumerari usufruiscono a domanda della precedenza per il rientro in una delle scuole oggetto del dimensionamento, come previsto al punto II) dall’art. 7 – Sistema delle precedenze - del Titolo I - Disposizioni comuni al personale della scuola - del presente contratto.

Pur ignorando il contenuto delle disposizioni date dall’USP di Genova in merito, il caso rappresentato nel quesito pare rientrare nel punto I). Infatti è soltanto la scuola media che si divide in due, mentre le due direzioni didattiche conservano la loro identità che vanno a confluire in una o nell’altra metà della ex scuola media, dando così origine a due distinti IC. Pertanto non si ritiene necessario stilare un’unica graduatoria dei docenti delle due direzioni didattiche.

 

Legittimazione della domanda di accesso agli atti

 

Quesito del 19/03/2012

Una docente di strumento musicale di ruolo ha avuto per il terzo anno consecutivo dal proprio Dirigente scolastico, il permesso per mettersi in aspettativa per accettare una supplenza annuale presso un conservatorio. L'art. 18 al comma 3 del CCNL 2006/2009 dice: "il dipendente è inoltre collocato in aspettativa per un anno scolastico senza assegni per realizzare una diversa esperienza lavorativa o superare un periodo di prova" e l'art. 36 dice che un docente può accettare incarichi a tempo determinato in diverso ordine o grado d'istruzione del comparto scuola. Il conservatorio è comparto università.

Concordate che il dirigente scolastico ha commesso un abuso negli ultimi 2 anni? Mi è stato negato l'accesso per vedere le domande di aspettativa della docente e il relativo decreto di concessione del dirigente scolastico (preme dire che i 2 sono molto amici). Avevo il diritto di vedere gli atti, considerato che sono incluso nella graduatoria d'istituto del conservatorio, alle spalle della docente che ha preso aspettativa?

Grazie.

 

Risposta

Il diritto di accesso è disciplinato dall’art. 22 e segg. della legge 7 agosto 1990 n. 241, come riformata dalla legge 11 febbraio 2005 n. 15; l’articolo 22 al comma 1 lettera a) definisce il diritto di accesso come il diritto degli interessati di prendere visione e di estrarre copia di documenti amministrativi.

L’interessato all’accesso è individuato in colui, sia soggetto privato che portatore di interessi pubblici o diffusi, che vanti un interesse diretto, concreto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso.

L’interesse che consente la richiesta di accesso agli atti e documenti amministrativi deve essere personale e concreto, nonché ricollegabile alla persona che sia titolare di una situazione giuridicamente rilevante, essendo necessario un rapporto di strumentalità tra la conoscenza del documento ed il fine dell’effettiva tutela della situazione di cui il richiedente è titolare.

Il diritto di accesso deve trovare giustificazione nella esigenza di tutela di situazioni giuridicamente rilevanti che debbono essere opportunamente rappresentate all’Amministrazione nella domanda di accesso, in modo da consentire a quest’ultima di verificare se sussistono o meno le condizioni per rendere ostensibili gli atti e i documenti richiesti.

Quindi, l’istanza di accesso agli atti amministrativi deve contenere, oltre alla enunciazione delle motivazioni poste alla base della richiesta, anche l’indicazione degli elementi diretti a circoscrivere l’oggetto dell’accesso, al fine di evitare che l’esercizio di tale diritto si traduca in una forma di controllo generalizzato sull’operato della pubblica amministrazione.

Il richiedente deve indicare gli estremi del documento oggetto della richiesta ovvero gli elementi che ne consentano l’individuazione, specificare e, ove occorra, comprovare l’interesse connesso all’oggetto della richiesta e dimostrare la propria identità.

Nel caso esposto si ritiene che il docente avesse diritto di accedere agli atti, poiché incluso nella graduatoria d'istituto del conservatorio, subito dopo la docente in aspettativa che ha ottenuto la supplenza annuale.

 

 

Il docente condannato per molestie sessuali ad un alunno

 

Quesito del 19/03/2012

Cosa succede ad un docente rinviato a giudizio per molestie sessuali verso un alunno, prima sospeso dalla magistratura poi, in parte reintegrato, ed infine, in fase di dibattimento, ha scelto la soluzione del patteggiamento con condanna a 18 mesi con la condizionale? Nel frattempo ha aperto anche una pratica di inidoneità alla funzione docente...

 

Risposta

Il caso è contemplato nell’art. 55-ter del d.lgs 165/2001 inserito dall’art. 69 del d.lgs n. 150 del 2009 al quale si rimanda.

Anche la CM 88 dell’8/11/2010 contiene indicazioni operative al riguardo al punto C) Rapporti tra

procedimento disciplinare e procedimento penale.

Tuttavia la competenza in merito non è del DS bensì dell’USR cui il tribunale invierà la sentenza relativa.

Che tale docente abbia anche richiesto l’inidoneità alla funzione docente consentirà almeno alla scuola di liberarsene per sempre.

 

Esonero dell'attività pratica di educazione fisica

 

Quesito del 19/03/2012

Uno studente si rifiuta di fare attività pratica in palestra durante le ore di educazione fisica per ragioni, secondo la madre, di carattere psicologico.

Alla richiesta di presentare un certificato medico (in alternativa una relazione dello psicologo) la madre ha più volte risposto che il medico sostiene che non è necessario un certificato ma che è sufficiente una dichiarazione della famiglia.

Secondo me nessuna patologia, fisica o psicologica, può essere autocertificata.

Ho anche più volte spiegato alla madre che il docente di ed. fisica potrebbe anche non classificare lo studente nella sua disciplina, con conseguente non ammissione all'esame di terza media.

 

Risposta

L'art. 3, comma 2 della legge della Regione Piemonte n. 15 del 25/06/08 ha abolito alcuni adempimenti in materia sanitaria tra cui il “Certificato sanitario per l'esonero dalle lezioni di educazione fisica”.

La successiva Circolare Regione Piemonte n. 1 del 13/10/2008 di chiarimenti e indirizzi operativi al riguardo, in ordine al certificato sanitario per l’esonero delle lezioni di educazione fisica ha precisato che “Il certificato abolito è quello che veniva rilasciato dai Servizi del Dipartimento di Prevenzione, in quanto si rivela un inutile doppione del certificato rilasciato dal medico di famiglia o dal medico specialista”.

Pertanto gli alunni, che per le proprie condizioni fisiche e psico-fisiche, non siano in grado di sottoporsi totalmente o parzialmente, in via transitoria o permanente, a determinate prestazioni motorie o a particolari carichi di lavoro, possono presentare istanza di esonero dalle attività pratiche di educazione fisica, corredata da certificazione del medico di famiglia o del pediatra, che non è stato abolito dalla legge regionale 15/08.

Tuttavia, l’alunno esonerato parzialmente o totalmente dalle prove pratiche di educazione fisica non può essere esonerato dalle lezioni della disciplina stessa. Ciò era già stato chiarito dalla C.M. 17/07/1987, n. 216 (“Esonero dalle lezioni di educazione fisica ex art. 3 Legge 7 febbraio 1958, n. 88”) sia per le scuole secondarie di I che di II grado: “I programmi di educazione fisica per la scuola media (D.M. 9 febbraio 1979), non solo non limitano l'intervento educativo ai soli aspetti operativi o di esercitazioni pratiche, ma sottolineano l'opportunità che di esso usufruiscano anche gli alunni portatori di handicap psico-fisici e che l'insegnamento sia calibrato ed individualizzato secondo le possibilità ed i bisogni degli alunni, tenendo conto degli aspetti pedagogici ed interdisciplinari che vi sono connessi. In tal senso utile riferimento può essere anche quanto disposto dalla Legge 4 agosto 1977, n. 517. Analogamente i nuovi programmi per le scuole e istituti di istruzione secondaria di II grado (D.P.R. 1 ottobre 1982, n. 908) comprendono attività di organizzazione e di regolamentazione eseguibili da tutti, nonché contenuti teorici e culturali quali le informazioni fondamentali sulla tutela della salute e sulle prevenzioni degli infortuni. A tutti i livelli di scuola secondaria, pertanto, la lezione di educazione fisica offre anche significative occasioni di socializzazione ed opportunità di formazione e di informazione culturale anche per quegli alunni non in grado di eseguire tutte o alcune delle esercitazioni pratiche”.

L’esonero in parola – prosegue la circolare – “non esimerà l'alunno dal partecipare alle lezioni di educazione fisica, limitatamente a quegli aspetti non incompatibili con le sue particolari condizioni soggettive. Sarà cura del docente di educazione fisica coinvolgere gli alunni esonerati dalle esercitazioni pratiche, sia nei momenti interdisciplinari del suo insegnamento, sia sollecitandone il diretto intervento e l'attiva partecipazione in compiti di giuria o arbitraggio e più in generale nell'organizzazione delle attività”. Dalla partecipazione a queste attività scaturirà il giudizio e la valutazione dell’alunno esonerato.

Pertanto, anche gli alunni esonerati dalle prove pratiche sono tenuti a presenziare alle lezioni di educazione fisica ed essere valutati in base al loro rendimento compatibilmente con il deficit fisico all’origine dell’esonero o quantomeno con prove teoriche. Conseguentemente essi vanno classificati agli scrutini intermedi e finali.

 

La retribuzione di posizione dei DS non varia per un triennio contrattuale

 

Quesito del 19/03/2012

Dirigente che ha chiesto e ottenuto il trasferimento in pendenza di contratto per avvicinamento alla propria abitazione passando da un Istituto di terza fascia a uno di quarta fascia nell’anno scolastico in corso. A oggi la retribuzione è ancora relativa alla terza fascia anche se la denominazione della nuova scuola sul cedolino è esatta.

Mi è stato riferito che la motivazione del mancato pagamento potrebbe essere legata al vincolo dell’impossibilità di percepire uno stipendio maggiorato rispetto all’anno 2010 ma tengo a precisare che si tratta di retribuzione di posizione non legata al dirigente ma all’istituto.

 

Risposta

Il Contratto integrativo nazionale per il personale dell’Area V della dirigenza scolastica del 21/07/2006, tuttora vigente, in quanto la materia non è stata diversamente regolata dal recente CCNL dell’area V, all’art. 4, commi 8-10, prevede:

“8. Ai Dirigenti Scolastici coinvolti in processi di ristrutturazione della rete scolastica a cui è stata assegnata una sede di fascia inferiore alla precedente è assicurata la retribuzione di posizione in godimento fino a conferimento di nuovo incarico e comunque per un triennio in caso di permanenza nella stessa sede risultante dalla ristrutturazione.

9. L’importo della retribuzione di posizione in atto percepita dal personale di cui all’art. 13 del C.C.N.L., se superiore a quello della sede di incarico nominale, rimane pari a quello in godimento, fino a nuovo conferimento di incarico e comunque per un triennio, in caso di mancato mutamento di incarico. In caso di rientro in servizio di detto personale, l’importo della retribuzione rimane pari a quello in godimento fino a conferimento di nuovo incarico e comunque per un triennio, qualora non venga assegnata una sede che comporti una retribuzione di posizione almeno di pari importo.

10. Al Dirigente Scolastico, la cui sede venga collocata, in pendenza di incarico, in fascia inferiore, va mantenuta la retribuzione di posizione in godimento per tutta la durata dell’incarico dirigenziale”.

Nel caso esposto nel quesito viene applicata questa disposizione contrattuale e pertanto la retribuzione di posizione continua ad essere quella di terza fascia fino a compimento del triennio contrattuale.

 

 

Inserimento in graduatoria di terza fascia ATA di un pensionato

 

Quesito del 17/03/2012

Vorrei sapere se gli anni di servizio prestati come collaboratore scolastico prima del collocamento in pensione (con 40 anni di servizio) sono validi ai fini del computo del punteggio per la graduatoria di III fascia ATA.

Grazie per la cortese risposta.

 

Risposta

Il DM n. 104/2011 che determina la costituzione delle graduatorie di terza fascia del personale ATA, all’art. 3.3, lett. f) stabilisce che sono esclusi soltanto “i dipendenti dello stato o di enti pubblici collocati a riposo in applicazione di disposizioni di carattere transitorio o speciale” (ad esempio i collocati a riposo per dispensa per motivi di salute).

Esso ammette pertanto l’inclusione di coloro che siano in pensione per effetto delle disposizioni generali sul collocamento a riposo.

Il periodo trascorso in servizio va valutato ai sensi dell’allegato A al decreto con riferimento alla specifica graduatoria nella quale si richiede l’inserimento.

 

Supplenza: diritto alla proroga

 

Quesito del 17/03/2012

Sono supplente temporanea scuola primaria: sono stata nominata il 10 ottobre su posto di lingua inglese, da graduatoria di circolo poiché la graduatoria prioritaria era stata esaurita. Con varie proroghe sono arrivata all'ultima nomina fino al 27 marzo. Oggi ho saputo che la titolare che sostituisco ha ottenuto la mobilità a partire dal 30 marzo. Premesso che so per certo che la titolare produrrà altro certificato fino al 30, vorrei sapere se la proroga toccherà a me fino alla fine delle attività didattiche e se in tal caso dovrò avere una nomina direttamente dalla scuola.

Grazie.

 

Risposta

Premesso che non pare possibile ottenere la mobilità dal 30 marzo (la data semmai coincide con il termine per la presentazione delle domande di mobilità), qualora la titolare proroghi comunque la sua assenza, alla relativa supplente, per ragioni di continuità didattica, compete il diritto alla conferma del contratto da parte della scuola ai sensi dell’art. 7, comma 4 del DM 131/2007: “Per ragioni di continuità didattica, ove al primo periodo di assenza del titolare ne consegua un altro, o più altri, senza soluzione di continuità o interrotto solo da giorno festivo o da giorno libero dall’insegnamento, ovvero da entrambi, la supplenza temporanea viene prorogata nei riguardi del medesimo supplente già in servizio, a decorrere dal giorno successivo a quello di scadenza del precedente contratto”.

 

La dipendente affetta da grave patologia dichiarata temporaneamente inidonea in modo assoluto a proficuo lavoro

 

Quesito del 17/03/2012

Una collaboratrice scolastica affetta da grave patologia fa richiesta di essere sottoposta a visita collegiale, al fine di ottenere la pensione di inabilità ai sensi della legge n.335/1995.

La commissione medica di verifica giudica la dipendente: “Temporaneamente non idonea in modo assoluto al servizio di istituto e a proficuo lavoro per mesi 12”.

Si chiede: tale periodo è considerato assenza per malattia o grave patologia, considerando che l'interessata è affetta da carcinoma operato?

Si resta in attesa di una risposta chiarificatrice.

 

Risposta

La dipendente in questione, riconosciuta temporaneamente inidonea in modo assoluto al servizio di istituto e a proficuo lavoro per 12 mesi, va collocata in malattia d’ufficio da parte della scuola ai sensi e alle condizioni previste dall’art. 17, commi 1 e 8.

Per considerare invece le sue assenze determinate da grave patologia di cui al successivo comma 9 anche durante tale periodo, occorre che, qualora la dipendente intenda avvalersebe, insieme alla presenza di grave patologia, documenti ogni volta il ricorso alle terapie salvavita.

Infatti la disposizione contrattuale non riguarda tutte le patologie gravi, ma soltanto quelle che richiedono il ricorso a terapie salvavita: i due requisiti devono coesistere e vanno valutati contestualmente.

E’ necessario, quindi, che nella certificazione medica risulti in maniera chiara e inequivocabile che la dipendente sta praticando delle terapie temporaneamente e/o parzialmente invalidanti richieste da una grave patologia già riconosciuta, indicando chiaramente i periodi di durata di tale invalidità con la conseguenza che, per usufruire dei benefici di cui all’art. 17/9 citato, la certificazione medica deve specificare che si tratta di “grave patologia” ed il tipo di terapia cui il lavoratore è sottoposto ed i suoi eventuali effetti invalidanti.

Resta confermato che, ove non ricorra la fattispecie prevista per le gravi patologie, per tutto il restante periodo dei 12 mesi continuerà a trovare applicazione solo la disciplina della normale assenza per malattia, concetto ribadito più volte dall’ARAN in risposta a specifici quesiti.

 

Richieste di fruizione dei permessi previsti dalla legge 104/92, art. 33/3

 

Quesito del 16/03/2012

Il docente y, arrogante e litigioso, il giorno 15 inoltra la pratica per avere il riconoscimento della legge 104 e presenta contemporaneamente la richiesta di permesso per il giorno 17.

Io prendo in visione la domanda e la rifiuto perché mancano le autocertificazioni dei fratelli che non usufruiscono della legge 104. Il giorno 16 presenta le due autocertificazioni, che io siglo per presa visione, ma non viene ripresentata istanza né io prendo in considerazione la pratica per la revisione del consenso perché la segreteria non me la inoltra. Il docente pretende comunque di andare in 104 il 17. A me sembra che senza la mia revisione della pratica non possa andare in 104. Ho ragione?

 

Risposta

Il punto 3 della Circolare F.P. n. 8 del 05/09/2008 fa obbligo ai dirigenti di dare “chiare indicazioni ai dipendenti affinché nei limiti del possibile le richieste di permesso siano presentate con congruo anticipo”, anche per poter “organizzare l’attività lavorativa in maniera tale da evitare che le assenze giustificate del personale possano andare a detrimento della funzionalità e dell’offerta di servizi”.

Anche la Circolare F.P. n. 13 del 6/12/2010 prevede all’ultimo comma dell’art. 7 che, “salvo dimostrate situazioni di emergenza, per la fruizione di permessi, l’interessato deve comunicare al dirigente competente le assenze dal servizio con congruo anticipo, se possibile con riferimento all'intero arco temporale del mese, al fine di consentire la migliore organizzazione dell'attività amministrativa”.

Mentre l'art. 15/6 del CCNL/2007 stabilisce solo che tali giorni di permesso “devono essere possibilmente fruiti dai docenti in giornate non ricorrenti”.

C'è anche da sottolineare, tuttavia, che il disabile in situazione di gravità è il soggetto diretto e principale del beneficio in questione; colui che presta assistenza, cioè il lavoratore dipendente, è il soggetto indiretto al quale il legislatore ha voluto riservare particolare benefici per garantire sostegno, cura e assistenza al soggetto che si trova in una particolare situazione svantaggiata nei confronti della società. Pertanto, in casi eccezionali, debitamente rappresentati e possibilmente documentati, è possibile che le richieste possano anche essere prodotte oltre i termini di cui si è detto.

 

I contributi volontari delle famiglie

 

Quesito del 16/03/2012

Nella scuola in reggenza 156 genitori non hanno effettuato il versamento del contributo volontario "per principio". so che non posso obbligarli, ma posso far pagare in modo diverso i costi dei corsi extracurriculari che l'anno prossimo effettuerò? Posso chiedere il pagamento della quota dell'assicurazione?

 

Risposta

Un qualunque istituto scolastico è un'amministrazione pubblica dotata di autonomia organizzativa e, in quanto tale, può richiedere alle famiglie un contributo volontario ad alcune condizioni che di seguito si tenta di esplicitare:

1. la decisione di chiedere contributi volontari alle famiglie deve essere assunta dall'organo di indirizzo (consiglio d'istituto) e deve contenere la quantificazione del contributo e la sua destinazione;

2. circa la destinazione delle risorse è bene che sia garantito l'esclusivo uso a vantaggio degli alunni (libretto personale, premio assicurativo, materiale di facile consumo, fotocopie, corsi extracurricolari, ecc.);

3. il dirigente deve comunicare alle famiglie tale decisione, spiegandone in maniera esaustiva le ragioni e le finalità;

4. i contributi devono avere natura volontaria, nel senso che non possono costituire obbligo per nessuno; resta fermo, più in generale, il carattere di necessario corrispettivo del premio assicurativo, che deve essere versato salvo casi eccezionali di indigenza, cui farà fronte la scuola o la stessa agenzia assicurativa attraverso il riconoscimento di una franchigia;

5. le risorse introitate devono essere versate sul bilancio della scuola e devono trovare precisa destinazione in uscita, in coerenza con le finalità individuate in seno al consiglio d'istituto;

6. al termine dell'anno scolastico deve essere presentato al consiglio d'istituto e preferibilmente a tutte le famiglie un documento di rendicontazione, che consenta di verificare l'utilizzo che si è fatto delle risorse introitate.

Adottando una procedura di questo tipo si garantisce la piena trasparenza della gestione dei contributi e si riconosce alle famiglie il diritto di partecipare consapevolmente alla vita della scuola e di contribuire tangibilmente al suo buon andamento.

 

Maturazione diritto alla pensione

 

Quesito del 16/03/2012

Al 31/12/2011 ho maturato 95 anni +11 mesi +21 giorni: ho diritto ad andare in pensione?

 

Risposta

La risposta è affermativa. Infatti nel calcolo dell’anzianità ai fini della pensione la frazione di mese superiore a 15 giorni viene arrotondata a mese intero.

Pertanto, ai sensi della circolare F.P. n. 2/2012, chi matura 40 anni di contribuzione e/o 65 anni di età e/o quota 96 entro il 31/12/2012 ha diritto ad essere collocato in pensione dal 1/09/2012, anzi è oggetto di preavviso di pensionamento da parte dell’UST competente entro il 30/03/2012.

 

Organizzazione biennio liceo artistico nuovo ordinamento

 

Quesito del 15/03/2012

Il nuovo ordinamento dei licei artistici prevede un biennio comune, all’interno del quale è previsto l’insegnamento di “Laboratorio artistico” (3 ore a settimana), con la precisazione che i Laboratori devono avere “valore orientativo verso gli indirizzi attivi nel triennio”. Nella mia scuola gli indirizzi concessi sono Arti figurative e Architettura. Pertanto, finora abbiamo organizzato, a quadrimestri alterni, laboratori di Discipline pittoriche (afferenti all’area delle arti figurative) e Discipline geometriche (afferenti all’area dell’Architettura).

Per l’anno prossimo i docenti mi propongono di smembrare le tre ore di laboratorio artistico assegnandone

- Una a discipline geometriche

- Una a discipline pittoriche

- Una a discipline plastiche

Queste ultime due afferiscono entrambe all’area delle arti figurative.

Ognuna delle tre ore si sommerebbe naturalmente alle ore curricolari previste per le rispettive discipline. Dal punto di vista didattico questa scelta potrebbe funzionare, anche perché i docenti sono tutti preparati e in buoni rapporti e potrebbero svolgere un programma sia coordinato tra loro che collegato alla propria materia.

I problemi che si pongono sono però a mio avviso questi:

1. il voto deve essere unico (soluzione: si dichiara nel POF che il voto assegnato deriva dalla media dei voti delle tre materie laboratoriali)

2. chi partecipa allo scrutinio? (Tutti e tre i docenti? Ovviamente in caso di votazione per promozione o bocciatura esprimerebbero un voto unico, come accade quando ci sono insegnanti di sostegno afferenti a due aree, ma: può funzionare?)

Mi si dice anche che questa soluzione viene adottata da altri Licei artistici. Tu cosa ne pensi?

 

Risposta

Il principio generale che regola l’assegnazione dei docenti alle classi è quello di salvaguardare l’unicità dell’insegnamento nella classe, per il quale principio una stessa disciplina va insegnata da un solo docente nella classe, salvo che siano previste istituzionalmente delle compresenze, come avviene ad es. negli istituti tecnici industriali o professionali per alcune materie professionalizzanti dove per alcune ore sono presenti il docente teorico e l’ITP.

Pertanto si ritiene che il “Laboratorio artistico” previsto nel primo biennio del liceo artistico, sia dell’indirizzo Arti figurative sia dell’indirizzo Architettura, vada insegnato da un unico docente il quale, come prevedono le Linee guida ministeriali, svolgerà i relativi contenuti con criterio modulare a rotazione nell’arco del biennio, avviando gli alunni alla pratica delle procedure e delle tecniche operative specifiche dei laboratori presenti negli indirizzi attivati.

Lo stesso discorso andrà fatto nel secondo biennio e nel quinto anno per “Laboratorio della figurazione” nell’indirizzo Anti figurative e “Laboratorio di architettura” nell’indirizzo Architettura: essi andranno assegnati a un solo docente rispettivamente.

Soluzioni alternative a questa non paiono legittime né percorribili.

 

Modalità di accesso agli atti della scuola

 

Quesito del 15/03/2012

Tre rappresentanti del Consiglio d'Istituto, hanno presentato un'istanza sottoscritta da 27 genitori che chiedevano di poter effettuare la scelta della settimana corta, ovvero le 27 ore dal lunedì al venerdì (20 dicembre 2011). Lo stesso Consiglio d'istituto ha deliberato che nello stesso plesso poteva essere attivato un solo tempo scuola cioè dal lunedì al venerdì o dal lunedì al sabato secondo il criterio della scelta prevalente, constatato l'organico disponibile del personale collaboratore scolastico. Nel Collegio d'Istituto del 28 febbraio 2012 è stato comunicato che a fronte di 51 iscritti solo 19 hanno optato per la settimana dal lunedì al venerdì e di conseguenza in quel plesso venivano chieste tre classi a settimana dal lunedì al sabato.

Vista la discrepanza tra le firme raccolte (27) e le effettive richieste (19) i tre rappresentanti del Consiglio d’Istituto chiedono l’elenco completo con le varie scelte di tutti gli alunni nel rispetto dell’art. 22 della legge 241/90.

Premetto che il paese è diviso in due fazioni contrapposte con toni molto accesi e a mio avviso questi dati (8 traditori!!!) potrebbe riscaldare ulteriormente gli animi:

Chiedo:

1) è lecito consegnare i nominativi? Non è una violazione della legge della pricacy? (ogni persona o famiglia può scegliere liberamente le opzioni proposte dall’Istituzione scolastica anche se in precedenza ha sottoscritto una raccolta firme);

2) in caso di rifiuto quali sono le normative da richiamare?

3) nell’ipotesi di una risposta positiva quali sono le tutele per gli alti genitori? Si devono richiedere delle autorizzazioni? quali sono le normative da richiamare?

 

Risposta

L’accoglimento dell’istanza va valutato dal dirigente scolastico in relazione all’accertamento della sussistenza e fondatezza dei presupposti legittimanti l’accesso.

In proposito si osserva che l’articolo 22 della legge 241/1990, come novellato dalla legge 15/2005, afferma che l’interesse di chi chiede l’accesso deve essere “diretto, concreto, attuale, corrispondente a una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l’accesso”.

Come rilevato da costante giurisprudenza, l’interesse del richiedente deve essere serio (non riconducibile cioè a mera curiosità o a intento emulatorio); inoltre la richiesta deve essere adeguatamente motivata (legge 241/1990, art. 25, comma 2), sicché risulti evidente l’accennata posizione di interesse rispetto alla documentazione: in altre parole deve sussistere una relazione fra la documentazione richiesta e la situazione giuridicamente rilevante di cui il richiedente è portatore.

La mancata o insufficiente esplicitazione della motivazione che chiarisca in che modo la documentazione richiesta sia strumentale alla situazione giuridicamente rilevante del richiedente è motivo di non accoglimento dell’istanza irregolarmente formulata.

Tra l’altro l’art. 24 comma 4 della legge 241/1990, riprendendo un costante indirizzo giurisprudenziale, afferma che “non sono ammissibili istanze di accesso preordinato ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.

Alla luce di quanto sopra, il dirigente scolastico, in riferimento alla motivazione addotta, da cui non si evincono né la qualificazione dell’interesse né la situazione giuridicamente tutelata dagli istanti, non asseconderà la richiesta di accesso per l’irregolarità evidenziata, comunicandolo, con adeguata motivazione, agli interessati entro 10 giorni dal ricevimento dell’istanza e acquisendo ricevuta dell’avvenuta ricezione (D.P.R. 184 del 12 aprile 2006, art. 6 comma 5).

Qualora invece il dirigente ritenesse giustificata la richiesta di accesso, giusto quanto prevede il D.P.R. 184/2006, art. 3) deve dare ai genitori controinteressati comunicazione dell’avvenuta istanza, e questi possono presentare motivata opposizione alla richiesta di accesso, entro dieci giorni dalla ricezione della comunicazione.

Decorso tale termine, l’amministrazione provvede sulla richiesta: se i controinteressati nulla avranno presentato, “nulla quaestio”; se invece avranno presentato opposizione, starà all’amministrazione (nell’ottica del bilanciamento fra diritto di accesso e riservatezza) valutare la sussistenza e il fondamento delle motivazioni addotte dai genitori avverso l’istanza di accesso

 

Il docente vicario con semiesonero può svolgere ore di sostituzione colleghi assenti retribuite

 

Quesito del 15/03/2012

Si chiede se il docente vicario in part time può svolgere ore di sostituzione colleghi assenti retribuite.

Considerando che il suddetto per metà orario fa lezione e per il rimanente sostituisce il DS con relativo compenso da FdI equivalente a una F.S.

 

Risposta

Il caso proposto concerne un docente vicario beneficiario di semiesonero. Egli pertanto non è in regime giuridico di part time come regolato dall’art. 39 del CCNL/2007, che peraltro esclude i beneficiari dallo svolgere attività aggiuntive di insegnamento soltanto di carattere continuativo (comma 8).

Il normale orario del vicario, anche se esonerato dall'insegnamento, è quello previsto dagli artt. 28 comma 5 e 29 del CCNL/2007 per i vari ordini di scuola.

L’art. 30 del contratto stesso dispone che le attività aggiuntive e le ore eccedenti d’insegnamento restano disciplinate dalla legislazione e dalle norme contrattuali, nazionali e integrative, attualmente vigenti all’atto delle stipula del contratto stesso. E cioè dall’art. 22/4 della legge 448/2001, dagli artt. 70 del CCNL/1995, 25 del CCNL/1999 e 30, 31 e 32 del CCNI/1999, che consentono ai docenti di effettuare ore di insegnamento eccedenti le 18 settimanali fino a un massimo di 6 ore settimanali curricolari.

In particolare l’art. 22/4 della legge 448/2001 recita: “Nel rispetto dell’orario di lavoro definito dai contratti collettivi vigenti, i dirigenti scolastici attribuiscono ai docenti in servizio nell’istituzione scolastica, prioritariamente e con il loro consenso, le frazioni inferiori a quelle stabilite contrattualmente come ore aggiuntive di insegnamento oltre l’orario d’obbligo fino ad un massimo di 24 ore settimanali”.

Pertanto, il vicario esonerato, una volta terminato il proprio orario, che nel caso in esame prevede 9 ore in semiesonero, può essere a nostro parere assegnatario di ore di insegnamento in sostituzione di colleghi assenti, fino al limite di 24 ore, regolarmente retribuite.

Evidentemente ciò non lo esime dallo svolgere prioritariamente le proprie ore cattedra e quelle previste in qualità di vicario del dirigente, per le quali è stato stabilito apposito compenso in sede di contrattazione di istituto ai sensi degli artt. 34 e 88, comma 2, lett. f del CCNL/2007.

Anche qualora debba sostituire il DS assente o impedito, periodo durante il quale egli è tenuto ad osservare l’orario di servizio proprio del personale direttivo (orario settimanale di 36 ore lavorative), svolgendo temporaneamente la funzione direttiva (C.M. n. 206 del 4/07/1984), potrà sempre svolgere ore aggiuntive di insegnamento al di là di detto orario.

 

La supplenza su posto in organico di diritto “congelato” dura fino al termine delle attività didattiche

 

Quesito del 15/03/2012

La mia scuola ha nominato, fino all’avente diritto, un docente di sostegno su posto che l’UST ha definito “congelato”, in quanto destinato all’eventuale immissione in ruolo di personale implicato in contenzioso con l’Amministrazione (la stessa cosa ha fatto un altro istituto della mia provincia, questa volta per un docente di matematica).

Il docente interessato chiede che, a fine aprile, se non arrivano comunicazioni di immissione in ruolo (a seguito dello scioglimento in questo senso del contenzioso) il contratto fino all’avente diritto venga sostituito da uno fino al 31/08, in quanto la cattedra era prevista in organico di diritto e risulterebbe di fatto libera.

La DSGA ed io riteniamo, invece, che il contratto debba restare tal quale fino a comunicazione del MIUR di risoluzione del contenzioso (se il contenzioso sarà favorevole ai docenti implicati nel ricorso -con conseguente immissione in ruolo- il contratto sarà fino al 30 giugno, se invece sarà loro sfavorevole e il posto risulterà effettivamente vacante, il contratto sarà fino al 31 agosto).

Tu cosa ne pensi?

Se il MIUR non comunica nulla entro giugno, che cosa è opportuno fare? (secondo noi il posto risulterebbe comunque non libero e quindi il contratto resterebbe fino al 30 giugno).

 

Risposta

Si ritiene che la nomina in questione abbia la natura di supplenza temporanea sino al termine delle attività didattiche, trattandosi di copertura di cattedra d’insegnamento non vacante (perché destinata a personale implicato in contenzioso con l’Amministrazione), di fatto disponibile entro la data del 31 dicembre e fino al termine dell’anno scolastico, di cui all’art. 1, comma 1, lett. b) del DM 131/2007.

Pertanto la durata di tale supplenza ha effetto dal giorno dell’assunzione in servizio fino al termine delle attività didattiche, cioè il giorno annualmente indicato dal relativo calendario scolastico quale termine delle attività didattiche (comma 7), se non viene interrotta precedentemente dalla risoluzione del contenzioso.

 

Riduzione oraria per allattamento

 

Quesito del 15/03/2012

Una docente in astensione obbligatoria si appresta a riprendere servizio chiedendo la riduzione oraria per allattamento.

Nell'assegnazione della supplenza, sulla sua cattedra, sono stati nominati due docenti.

Poiché la cattedra è formata da ore suddivise su diverse classi, la titolare nel riprendere servizio verrebbe a togliere ore all'uno e parte all'altro supplente.

Il dubbio è:

- visto che i due insegnanti prestano la loro opera dall'inizio dell'anno, per continuità didattica, vanno mantenuti ambedue in servizio anche se con orario ridotto (cosa che ritengo più giusta per i ragazzi);

- per le cinque ore residue, vanno convocati i docenti inseriti in graduatoria d'Istituto, e riassegnate come nuova supplenza.

 

Risposta

Il congedo parentale in parola è quello previsto dall’art. 39 del D.Lgs. 26/03/2001 n. 151 relativo ai riposi settimanali della madre nel primo anno di vita del bambino. Esso stabilisce che:

“1. Il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri, durante il primo anno di vita del bambino, due periodi di riposo, anche cumulabili durante la giornata.

2. Il riposo è uno solo quando l'orario giornaliero di lavoro è inferiore a sei ore. I periodi di riposo di cui al comma 1 hanno la durata di un'ora ciascuno e sono considerati ore lavorative agli effetti della durata e della retribuzione del lavoro. Essi comportano il diritto della donna ad uscire dall'azienda”.

Pertanto il permesso è subordinato esclusivamente all’orario di lavoro giornaliero e le ore di riposo devono essere così ripartite:

a) se la giornata di lavoro è pari o superiore a 6 ore il riposo è di 2 ore;

b) se la giornata di lavoro è inferiore a 6 ore il riposo è di 1 ora.

Nella scuola, ai sensi del Telex MPI 22 febbraio 1985 prot. 278, la riduzione si realizza togliendo all’insegnante in allattamento una o più classi, evitando in tal modo che in una stessa classe prestino servizio due insegnanti nell'arco della settimana.

Compete al dirigente stabilire le classi da sottrarre alla docente che riprende servizio fruendo della riduzione per allattamento.

Se possibile, è legittimo mantenere in servizio ad orario ridotto ambedue i supplenti. In ogni caso uno di essi o entrambi hanno diritto alla continuità della supplenza di cui all’art. 7/4 del DM 131/2007, senza ricorrere alla graduatoria di istituto.

 

Il docente che richiede cinque giorni di formazione in un paese straniero…

 

Quesito del 13/03/2012

L'art. 64 del CCNL 2006/2009 prevede la possibilità di fruire, nell'ambito dell'a.s. di riferimento, di 5 gg sia per iniziative formative come docente formatore sia come destinatario della formazione.

Un docente chiede la fruizione del congedo di cui all'art. 64 in un paese straniero dove per giungervi vi sono anche dei gg. di viaggio (il docente non utilizzerà l'aereo). Questi gg. di viaggio a me pare debbano essere conteggiati nell'ambito dei 5 gg perché nell'art. 64 di riferimento non viene fatto alcun cenno alla possibilità oltre ai 5 gg, in un anno di formazione, tout court di gg aggiuntivi di viaggio per giungere a destinazione.

Qual è il tuo avviso al riguardo?

 

Risposta

Si premette che, ai sensi del CCNL/2007, art. 64 comma 13, “a livello di singola scuola il dirigente scolastico fornisce un’informazione preventiva sull’attuazione dei criteri di fruizione dei permessi per l’aggiornamento”.

Ricordato che, ordinariamente, le iniziative formative “si svolgono fuori dell’orario di insegnamento” (comma 2), è in riferimento ai predetti criteri che il dirigente scolastico potrà concedere ai docenti (fino a cinque giorni) l’esonero dal servizio (con sostituzione ai sensi della normativa sulle supplenze brevi vigente nei diversi gradi scolastici) per la partecipazione a iniziative di formazione (comma 5).

Se i corsi o le attività di formazione sono organizzati “dall’amministrazione a livello centrale o periferico o dalle istituzioni scolastiche”, il personale “è considerato in servizio a tutti gli effetti”. “Qualora i corsi si svolgano fuori sede, la partecipazione ad essi comporta il rimborso delle spese di viaggio” (comma 3).

Se, invece, il docente, pur autorizzato all’esonero dal servizio, partecipa a iniziative di formazione estranee all’amministrazione (centrale o periferica) o alle istituzioni scolastiche non può essere considerato in servizio a tutti gli effetti (es. ai fini del raggiungimento del numero minimo di giorni per il superamento del periodo di prova), non può avere rimborsi per le eventuali spese di viaggio, vitto e alloggio, e non ha alcuna copertura della scuola in ordine a incidenti eventualmente a lui occorsi durante il corso o nel tragitto.

Conseguentemente, nel caso di cui quesito, il dirigente potrà acconsentire all’esonero se l’iniziativa di formazione, cui il docente chiede di partecipare, rientra tra i criteri e rispetta le condizioni di cui all’informativa preventiva del dirigente; ovviamente non essendo promossa dall’amministrazione o dalla scuola non comporta alcun onere o responsabilità a carico dell’amministrazione stessa. Non si ritiene che i giorni di viaggio rientrino tra i cinque previsti per la formazione e per gli stessi l’interessato dovrà richiedere permesso retribuito o ferie di cui all’art. 15, comma 2 del contratto stesso.

 

Decreto di cessazione dal servizio di un dipendente per passaggio ad altro impiego

 

Quesito del 13/03/2012

Un docente è uscito dai ruoli avendo vinto un concorso pubblico dirigenziale presso il Ministero ed essendo stato così assunto ad altro impiego.

A chi compete la stesura e firma del decreto di cessazione dai ruoli dell'insegnante?

 

Risposta

Ai sensi dell’art. 14, comma 1 del DPR 275/99, a decorrere dal 1° settembre 2000 alle istituzioni scolastiche sono attribuite le funzioni già di competenza dell'Amministrazione centrale e periferica relative, oltre che alla carriera scolastica e al rapporto con gli alunni, all'amministrazione e alla gestione del patrimonio e delle risorse, anche quelle concernenti lo stato giuridico ed economico del personale non riservate, in base all'articolo 15 o ad altre specifiche disposizioni, all'Amministrazione centrale e periferica.

Tra queste attribuzioni rientra anche l’emissione del decreto di cessazione dal servizio di un docente per passaggio ad altro impiego.

Gli atti successivi all’emissione del provvedimento sono:

- notifica decreto all’interessato;

- notifica alla DPT del provvedimento ai fini della chiusura della partita di spesa fissa;

- invio decreto alla Ragioneria Provinciale dello Stato per il visto con la relativa documentazione;

- invio all’Ufficio competente di copia del provvedimento per le variazioni di stato giuridico a Sistema;

- invio all’Ufficio competente di copia del provvedimento per la predisposizione degli atti pensionistici, se dovuti.

 

L’alunno interno che si presenta quale privatista agli esami di qualifica

 

Quesito del 13/03/2012

Può un alunno interno iscritto alla classe terza di un istituto professionale alberghiero ritirarsi e presentarsi come privatista agli esami di qualifica?

 

Risposta

La circostanza è ammissibile e legittima. Lo studente in questione deve tuttavia ritirarsi da scuola prima del 15 marzo per perdere la qualità di alunno di scuola pubblica (RD 653/25, art. 15).

I requisiti di ammissione a detti esami sono indicati dall’OM 90/2001, art. 28 e le modalità del relativo svolgimento agli artt. 26 e 27, ai quali si rimanda.

Tra i requisiti di ammissione è richiesta la documentazione di aver espletato in maniera significativa attività di lavoro corrispondente alla qualifica. Quella svolta a scuola attraverso le esercitazioni eseguite durante il corso di studi pare sufficiente.

 

Esclusione dalla graduatoria di istituto di chi assiste il coniuge, il figlio con disabilità, ovvero di figlio unico che assiste il genitore con disabilità

 

Quesito del 13/03/2912

Sono un dirigente scolastico in procinto di stilare le graduatorie di istituto per l'individuazione dei perdenti posto. Le sarei grata se potesse aiutarmi a districare la vicenda del riconoscimento delle “ragioni esclusivamente oggettive” richieste nel CCNI comparto scuola da produrre a cura degli altri familiari che non assistono il disabile.

Si vorrebbe evitare di adottare interpretazioni soggettive e rischiare di intraprendere lunghi ed estenuanti contenziosi.

Nel ringraziarla , Le invio cordiali saluti.

 

Risposta

Si premette che il CCNI/2012 sulla mobilità, art. 7, comma 2, “Esclusione dalla graduatoria d’istituto per l’individuazione dei perdenti posto”, elenca i docenti ed il personale A.T.A. beneficiari delle precedenze previste, tra le altre, per le seguenti categorie:

- Punto V) assistenza al coniuge, al figlio, al genitore (da parte del figlio referente unico che presta assistenza alle condizioni previste nel precedente punto V), al fratello o sorella convivente con l’interessato (nel caso in cui i genitori non possano provvedere all’assistenza del figlio perché totalmente disabile o in caso di scomparsa dei genitori medesimi) in situazione di disabilità;

Costoro non sono inseriti nella graduatoria d'istituto per l'identificazione dei perdenti posto da trasferire d'ufficio, a meno che la contrazione di organico non sia tale da rendere strettamente necessario il loro coinvolgimento (es. soppressione della scuola, ecc.).

L’esclusione dalla graduatoria interna per i beneficiari della precedenza di cui al punto V si applica solo se si è titolari in scuola ubicata nella stessa provincia del domicilio dell’assistito. Qualora la scuola di titolarità sia in comune diverso o distretto sub comunale diverso da quello dell’assistito, l’esclusione dalla graduatoria interna per l’individuazione del perdente posto si applica solo a condizione che sia stata presentata, per l’anno scolastico 2012/2013, domanda volontaria di trasferimento per l’intero comune o distretto sub comunale del domicilio dell’assistito o, in assenza di posti richiedibili, per il comune viciniore a quello del domicilio dell’assistito con posti richiedibili.

Quanto sopra non si applica qualora la scuola di titolarità comprenda sedi (plessi, sezioni associate) ubicate nel comune o distretto sub comunale del domicilio del familiare assistito.

L’art. 7, comma 1 al punto V) “Assistenza al coniuge, ed al figlio con disabilità, ovvero assistenza del figlio unico al genitore con disabilità”, è più puntuale degli anni scorsi nel precisare l’argomento.

Esso stabilisce che la precedenza spetta ai genitori anche adottivi o a coloro che esercitano legale tutela del disabile in situazione di gravità, al coniuge e al solo figlio individuato come referente unico che presta assistenza al genitore disabile in situazione di gravità. Qualora entrambi i genitori siano impossibilitati a provvedere all’assistenza del figlio disabile grave perché totalmente inabili, viene riconosciuta la precedenza, alla stregua della scomparsa di entrambi i genitori, anche ad uno dei fratelli o delle sorelle, in grado di prestare assistenza, conviventi di soggetto disabile in situazione di gravità.

In caso di figlio che assiste un genitore in qualità di referente unico, la precedenza viene riconosciuta in presenza di tutte le sottoelencate condizioni:

- documentata impossibilità del coniuge di provvedere all’assistenza per motivi oggettivi;

- impossibilità, da parte di ciascun altro figlio di effettuare l’assistenza al genitore disabile in situazione di gravità per ragioni esclusivamente oggettive, documentate con autodichiarazione, tali da non consentire l’effettiva assistenza nel corso dell’anno scolastico. L’autodichiarazione rilasciata dagli altri figli non è necessaria laddove il figlio richiedente la precedenza in qualità di referente unico, sia anche l’unico figlio convivente con il genitore disabile. Tale situazione di convivenza deve essere documentata dall’interessato con dichiarazione personale sotto la propria responsabilità, ovvero mediante presentazione dello stato di famiglia (il concetto di convivenza comporta che il disabile e il soggetto che lo assiste abbiano la residenza nello stesso comune, stesso indirizzo, stesso numero civico anche se interni diversi);

- essere anche l’unico figlio che ha chiesto di fruire per l’intero anno scolastico in cui si presenta la domanda di mobilità, dei 3 giorni di permesso retribuito mensile per l’assistenza ovvero del congedo straordinario ai sensi dell’art. 42 comma 5 del D.L.vo 151/2001.

In assenza anche di una sola delle suddette condizioni per il figlio referente unico che assiste un genitore in presenza di coniuge o di altri figli, la precedenza nella mobilità provinciale prevista dalla L. 104/92 potrà essere fruita esclusivamente nelle operazioni di mobilità annuale.

Ciò premesso, dopo le modifiche di cui all’art. 24, comma 1, lett. a) della legge 183/2010, il CCNI prende in considerazione quale soggetto legittimato alla fruizione dei relativi benefici “il referente unico”. La Funzione Pubblica (circolare 13/2010) ritiene che questo concetto può essere comunque rapportato al concetto di esclusività (anche se le modifiche di legge hanno abrogato la condizione di continuità ed esclusività all’assistenza).

La giurisprudenza per quello che concerne l’esclusività alla assistenza si è così pronunciata:

a) alla formula dell’assistenza “in via esclusiva”, “deve essere riconosciuto il significato della indisponibilità (e non dell’inesistenza) oggettiva o soggettiva di altre persone in grado di sopperire alle esigenze, circostanza da provare con ogni mezzo consentito dall’ordinamento, salvo l’onere di verifica da parte della p.a.” (Cons. Stato, Sez. IV, 14 aprile 2010, n. 2101).

b) gli impedimenti dei familiari a prestare la necessaria assistenza, idonei a rendere oggettivamente esclusiva quella dell’istante, devono derivare da particolari situazioni di ostacolo desunte da elementi oggettivi ritenendo che non possano consistere in “normaIi impegni di lavoro o motivi di salute genericamente indicati presenti in famiglia, poiché essi non assurgono al rango di particolari ed oggettivi impedimenti all‘assistenza” (Cons. Stato, Sez. IV, 30 giugno 2010, 4172).

Il citato CCNI stabilisce che, nel caso in cui il lavoratore che assiste un genitore con handicap grave sia l’unico figlio che convive con il genitore da assistere, questi, documentata la convivenza, ha diritto alla precedenza anche in presenza di altri fratelli e/o sorelle. Pertanto, ai fini del riconoscimento del diritto di precedenza, la convivenza con il genitore non è obbligatoria ma diventa un “oggettivo” elemento di priorità in presenza di più fratelli e/o sorelle. Solo in questo caso non è necessaria la dichiarazione da parte di questi ultimi di non poter assistere.

Un ulteriore elemento oggettivo riscontrabile per fruire della precedenza, è la dichiarazione di avere chiesto per l’intero anno scolastico in cui si presenta la domanda, di fruire dei 3 gg di permesso mensili.

Si consiglia di valutare attentamente ogni situazione che viene presentata in quanto non è possibile una valutazione generica e invariabile nel rispetto della norma; trattasi di una disciplina particolare, delicata e complessa dove il soggetto principale del diritto non è il lavoratore ma il disabile per il quale già si presta la dovuta assistenza e il dovuto sostegno; il lavoratore è il soggetto indiretto al quale il legislatore ha voluto riservare particolari benefici nell’ambito del suo rapporto di lavoro; un uso improprio della norma finirebbe per svantaggiare la tutela di queste persone.

 

Diritto del supplente al completamento cattedra

 

Quesito del 13/03/2012

Un docente supplente di sostegno per 9 ore presso la scuola ha ricevuto la proposta di una nuova supplenza temporanea di 4 ore in altra scuola.

Purtroppo per lui c'è incompatibilità di orario per poter effettuare il completamento del servizio.

Il docente ha chiesto così una modifica del suo orario settimanale per consentirgli di accettare la proposta dell'altra scuola.

E' giusto negare tale intervento, anche se possibile sul piano didattico, in quanto fondamentalmente non equo essendo a vantaggio del richiedente rispetto agli altri eventuali aspiranti alla supplenza temporanea?

Grazie come sempre.

 

Risposta

Se la modifica di orario è possibile sul piano didattico, si ritiene che il docente in questione abbia titolo al completamento d’orario ai sensi dell’art. 4 del DM 131/2007.

Egli infatti conserva tale diritto in relazione alle utili posizioni da lui occupate nelle varie graduatorie di supplenza, senza pertanto ledere altri che lo seguono in detto elenco.

 

Esonero dell'attività pratica di educazione fisica

 

Quesito del 13/03/2012

Uno studente si rifiuta di fare attività pratica in palestra durante le ore di educazione fisica per ragioni, secondo la madre, di carattere psicologico.

Alla richiesta di presentare un certificato medico (in alternativa una relazione dello psicologo) la madre ha più volte risposto che il medico sostiene che non è necessario un certificato ma che è sufficiente una dichiarazione della famiglia.

Secondo me nessuna patologia, fisica o psicologica, può essere autocertificata.

Ho anche più volte spiegato alla madre che il docente di ed. fisica potrebbe anche non classificare lo studente nella sua disciplina, con conseguente non ammissione all'esame di terza media.

 

Risposta

L'art. 3, comma 2 della legge della Regione Piemonte n. 15 del 25/06/08 ha abolito alcuni adempimenti in materia sanitaria tra cui il “Certificato sanitario per l'esonero dalle lezioni di educazione fisica”.

La successiva Circolare Regione Piemonte n. 1 del 13/10/2008 di chiarimenti e indirizzi operativi al riguardo, in ordine al certificato sanitario per l’esonero delle lezioni di educazione fisica ha precisato che “Il certificato abolito è quello che veniva rilasciato dai Servizi del Dipartimento di Prevenzione, in quanto si rivela un inutile doppione del certificato rilasciato dal medico di famiglia o dal medico specialista”.

Pertanto gli alunni, che per le proprie condizioni fisiche e psico-fisiche, non siano in grado di sottoporsi totalmente o parzialmente, in via transitoria o permanente, a determinate prestazioni motorie o a particolari carichi di lavoro, possono presentare istanza di esonero dalle attività pratiche di educazione fisica, corredata da certificazione del medico di famiglia o del pediatra, che non è stato abolito dalla legge regionale 15/08.

Tuttavia, l’alunno esonerato parzialmente o totalmente dalle prove pratiche di educazione fisica non può essere esonerato dalle lezioni della disciplina stessa. Ciò era già stato chiarito dalla C.M. 17/07/1987, n. 216 (“Esonero dalle lezioni di educazione fisica ex art. 3 Legge 7 febbraio 1958, n. 88”) sia per le scuole secondarie di I che di II grado: “I programmi di educazione fisica per la scuola media (D.M. 9 febbraio 1979), non solo non limitano l'intervento educativo ai soli aspetti operativi o di esercitazioni pratiche, ma sottolineano l'opportunità che di esso usufruiscano anche gli alunni portatori di handicap psico-fisici e che l'insegnamento sia calibrato ed individualizzato secondo le possibilità ed i bisogni degli alunni, tenendo conto degli aspetti pedagogici ed interdisciplinari che vi sono connessi. In tal senso utile riferimento può essere anche quanto disposto dalla Legge 4 agosto 1977, n. 517. Analogamente i nuovi programmi per le scuole e istituti di istruzione secondaria di II grado (D.P.R. 1 ottobre 1982, n. 908) comprendono attività di organizzazione e di regolamentazione eseguibili da tutti, nonché contenuti teorici e culturali quali le informazioni fondamentali sulla tutela della salute e sulle prevenzioni degli infortuni. A tutti i livelli di scuola secondaria, pertanto, la lezione di educazione fisica offre anche significative occasioni di socializzazione ed opportunità di formazione e di informazione culturale anche per quegli alunni non in grado di eseguire tutte o alcune delle esercitazioni pratiche”.

L’esonero in parola – prosegue la circolare – “non esimerà l'alunno dal partecipare alle lezioni di educazione fisica, limitatamente a quegli aspetti non incompatibili con le sue particolari condizioni soggettive. Sarà cura del docente di educazione fisica coinvolgere gli alunni esonerati dalle esercitazioni pratiche, sia nei momenti interdisciplinari del suo insegnamento, sia sollecitandone il diretto intervento e l'attiva partecipazione in compiti di giuria o arbitraggio e più in generale nell'organizzazione delle attività”. Dalla partecipazione a queste attività scaturirà il giudizio e la valutazione dell’alunno esonerato.

Pertanto, anche gli alunni esonerati dalle prove pratiche sono tenuti a presenziare alle lezioni di educazione fisica ed essere valutati in base al loro rendimento compatibilmente con il deficit fisico all’origine dell’esonero o quantomeno con prove teoriche. Conseguentemente essi vanno classificati agli scrutini intermedi e finali.

 

Misura dei permessi per diritto allo studio dei docenti a t.d.

 

Quesito del 12/03/2012

Visto l'art. 6 della C.C.I.R. 21/10/2011 Piemonte, si chiede quanto segue per una corretta concessione dei permessi retribuiti per diritto allo studio ad insegnante con contratto dal 07/12/2011 al 30/06/2012.

Per il personale con contratto a tempo determinato, il quinto comma dell'art. 6 cita che sono da ricomprendersi nel limite del 20% per preparazione esami anche le ore per lo svolgimento degli esami.

Questo significa che in totale il predetto personale può usufruire solo di 30 ore su 150 oppure è necessario rapportare le ore al periodo contrattuale di servizio e quindi ridurle ad un totale di 75 ore di cui il 20% (15 ore) per preparazione esami?

 

Risposta

Si premette che il dipendente in questione dev'essere stato preventivamente ammesso dal competente USR a fruire dei permessi per diritto allo studio (nella misura massima di 150 ore annue individuali) e fatto oggetto di specifico provvedimento formale di concessione da parte del suo D.S.

Poiché tali permessi decorrono dal 1° gennaio al 31 dicembre di ogni anno, il docente nominato fino al 30/06/2012 ha titolo a beneficiare del 50% del monte ore complessivo: la restante parte potrà utilizzarla nel successivo a.sc.

Pertanto anche il limite del 20% di ore di permessi per preparazione esami comprensivo delle ore per lo svolgimento degli esami stessi previsto dall’art. 6 del CIR Piemonte va riparametrato a tale misura.

 

La laurea in scienze motorie non dà titolo ai 3 punti aggiuntivi

 

Quesito del 12/03/2012

In fase di dimensionamento stiamo preparando le graduatorie interne di tutto il personale. Una docente di Educazione Fisica ha conseguito la laurea in scienze motorie. Le devono essere attribuiti i 3 punti in più rispetto alle colleghe che hanno il diploma triennale ISEF?

Grazie.

 

Risposta

Nel caso rappresentato i 3 punti non sono da attribuire. Infatti il diploma ISEF e la laurea specialistica in scienze motorie costituiscono titolo di accesso di pari livello alle graduatorie A029 e A030.

Lo stabilisce la nota 12 della tabella di valutazione dei titoli e servizi (Allegato D al contratto sulla mobilità del personale scolastico sottoscritto il 29/02/2012): “Il punteggio spetta per il titolo aggiuntivo a quello necessario per l’accesso al ruolo d’appartenenza o per il conseguimento del passaggio richiesto. Il diploma di laurea in scienze motorie non dà diritto ad avvalersi di ulteriore punteggio rispetto al diploma di Istituto Superiore di Educazione Fisica (ISEF)”.

 

 

Il personale ATA che ha chiesto l’inserimento in graduatoria di altra provincia…

 

Quesito del 12/03/2012

Le scrivo in merito ad una questione relativa ad un assistente amministrativo in servizio da ottobre presso il "mio" Istituto, assunto con contratto art. 40 C.C.N.L. “fino a nomina dell’avente diritto” da graduatoria di istituto. Poiché l’A.A. ha presentato in data 15/12/2011 domanda di inserimento nelle graduatorie di circolo e di istituto di 3° fascia della provincia di Varese nonché domanda di depennamento per le graduatorie ad esaurimento della provincia di Catania come previsto dal D.M. 10.11.2011, n. 104, si chiede se, a seguito della pubblicazione delle graduatorie di circolo e di istituto di 3° fascia definitive della provincia di Varese, così come previsto dal sopracitato D.M. 10.11.2011, n. 104 e successive circolari n. 9319 del 14/11/2011 e n. 1256 del 21/02/2012, il suo contratto resti in essere o debba essere revocato.

Inoltre, in riferimento al Bando di Concorso del Direttore Generale Regionale della Lombardia prot. MIURAOODRLO R.U.1354 del 14/02/2012 art. 2 comma C e all’allegata Domanda di Inserimento (Modello B1 sezione B lettera C ) nella quale si legge che "il candidato, per l’inserimento in graduatoria, “non deve essere in servizio”, si chiede se questo sia obbligato a dimettersi per avere diritto ad accedere alla graduatoria sopra citata.

 

Risposta

Si conferma che, al momento del rinnovo delle graduatorie di istituto di III fascia, il D.M. n. 104 del 10/11/2011 ha disposto all’art. 2 comma 3 che l’aspirante incluso nelle graduatorie provinciali permanenti o negli elenchi provinciali ad esaurimento per i profili di personale ATA potesse presentare domanda di depennamento dalle citate graduatorie e/o elenchi e, contestualmente, domanda di inserimento per il medesimo profilo professionale oggetto della richiesta di depennamento, nelle graduatorie di circolo e di istituto di III fascia di altra provincia.

Tale depennamento avviene al momento della conferma dell’iscrizione nelle graduatorie di III fascia di altra provincia, che coincide con la pubblicazione di queste ultime in via definitiva. Qualora l’aspirante, fino a quel momento abbia già accettato una supplenza in virtù della sua posizione occupata nella graduatoria di istituto, il contratto continua ad avere efficacia anche con il trasferimento in graduatoria di istituto di altra provincia e il candidato matura il punteggio per il servizio effettivamente prestato.

 

 

I servizi prestati in scuole paritarie non sono utili per il concorso DS

 

Quesito del 12/03/2012

Sta per scadere la presentazione dei titoli per il Concorso DS.

Ho già inviato la mia, ma ora mi sorge un dubbio: sono validi e quindi calcolabili gli incarichi di collaborazione con il Preside prestati in una scuola paritaria e contestualmente la presenza nel relativo Consiglio di istituto? I miei primi anni di servizio, infatti, furono presso un Istituto Salesiano, paritario dalla legge del 2000.

 

Risposta

Purtroppo non si ritiene che i suoi servizi possano essere riconosciuti. Infatti l’art. 3, comma 3 del bando di concorso indetto con DDG del 13/07/2011 stabilisce un principio che è valido pure per la valutazione dei titoli di servizio e professionali indicati nella tabella allegata al bando stesso: si considera valido soltanto il servizio effettivamente prestato nelle scuole statali a partire dalla data di effettiva assunzione nel ruolo docente ed educativo con esclusione dei periodi di retrodatazione giuridica. Non si considera utile il servizio effettuato nelle istituzioni scolastiche e formative paritarie o legalmente riconosciute o pareggiate.

Pertanto tutti i titoli di servizio elencati nella tabella dal n. 1 al n. 11 possono essere riconosciuti solo se prestati nelle scuole statali. I servizi di cui ai punti 12 e 13 possono anche essere stati prestati presso amministrazioni statali, regionali, sovranazionali ed enti locali.

 

L’alunna mandata con l’autoambulanza da sola al pronto soccorso…

 

Quesito del 12/03/2012

Un’alunna di Scuola secondaria di I grado è colta da malessere, tale da richiedere l’intervento dell’autoambulanza. Viene subito chiamata la madre per telefono, che nell’immediato non è raggiungibile.

Quesito: può la ragazza essere mandata con l’autoambulanza da sola al pronto soccorso, in attesa di contattare la madre? Oppure il D.S. autorizza un docente o un collaboratore scolastico a seguire con il proprio mezzo l’autoambulanza.

 

Risposta

Si è a conoscenza della prassi in uso nelle scuole che, in casi come quello descritto, in attesa che i genitori dell’alunna colta da malore possano essere raggiunti, un docente libero dal servizio didattico o un collaboratore scolastico accompagni l’alunna al pronto soccorso sull’autoambulanza chiamata per l’incombenza o, se ciò non è possibile, segua con il proprio mezzo l’autoambulanza medesima.

Si ritiene che ciò non sia doveroso non esistendo al riguardo un obbligo specifico di legge. Peraltro l’assistenza dovuta all’alunna in questione è garantita dal personale medico o paramedico presente sull’autoambulanza.

Sarà cura della scuola cercare di reperire i genitori dell’alunna per informarli dell’evento.

 

Erronea attribuzione di punteggio a un docente supplente

 

Quesito dell’11/03/2012

I fatti sono i seguenti: supplente temporaneo con contratto da dicembre 2011 fino al 23 marzo p.v., presumibilmente prorogabile, data l’assenza per grave patologia del titolare.

A seguito della mia richiesta di convalida di punteggio alla scuola X che ha trattato la domanda di supplenza, dopo circa due mesi viene trasmesso un decreto del Dirigente scolastico con il quale viene rettificato il punteggio del servizio con la seguente motivazione: “il docente era stato erroneamente chiamato dalla graduatoria di 1^ fascia [da un’altra scuola XX], essendovi inserito con riserva”. Perciò la scuola X, che ha trattato la domanda, ha ritenuto di procedere alla rettifica del punteggio, togliendo un punto.

Ciò determina una diversa posizione del supplente nella graduatoria: risulta a parità di punti con altri due aspiranti [attualmente non occupati], che possono far valere titoli di preferenza.

A questo punto, posto che si tratta di errore dell’amministrazione ovvero della scuola XX, come devo procedere? Devo procedere alla risoluzione immediata del contratto o aspettare il termine del 23 marzo (in mancanza di contestazioni di cointeressati e valutando l’interesse alla continuità didattica) e chiamare gli altri aspiranti per la nomina relativa al periodo successivo al 23 marzo? Devo avvertire subito i cointeressati? Devo dichiarare non valido ai fini giuridici il servizio prestato (all’interessato e all’Ust/Usr)?

 

Risposta

Nel caso in cui si sia verificato un errore nell’individuazione dell’avente diritto al contratto di lavoro l’amministrazione scolastica, insieme al provvedimento di rettifica del punteggio in graduatoria del candidato, deve dichiarare risolto il contratto di lavoro stipulato con chi era stato illegittimamente assunto.

Nei casi in cui l’errore abbia avuto ad oggetto il calcolo del punteggio in graduatoria il potere di autotutela dell’amministrazione dovrà seguire i criteri di cui all’art. 21 nonies della legge n. 241/1990, norma che stabilisce il potere dell’amministrazione di annullare d’ufficio il proprio provvedimento illegittimo:

- sussistendone le ragioni di interesse pubblico;

- entro un termine ragionevole;

- tenendo conto degli interessi dei destinatari e dei controinteressati.

In questi casi sarà pertanto necessaria una ponderazione dell’interesse pubblico all’annullamento del provvedimento.

Tale ponderazione dovrà tenere conto:

- della gravità dell’errore, ovvero della misura del punteggio da rettificare;

- del fattore tempo, ovvero del momento in cui emerge l’errore che ha determinato l’attribuzione della supplenza.

Nel caso di specie in cui si presume che la supplenza perduri oltre il 23 marzo, si ritiene che la scuola debba procedere in via di autotutela alla risoluzione del contratto di lavoro stipulato con il supplente illegittimamente assunto. Tuttavia costui ha titolo a vedersi riconoscere il servizio prestato ai fini giuridici ed economici.

Se l’amministrazione sbaglia nel disporre le assunzioni, i concorrenti che rimangono ingiustamente esclusi hanno diritto al risarcimento dei danni.

Tuttavia, alle ritardate assunzioni non può applicarsi il principio della retrodatazione economica del conferimento dell’incarico. La sola reintegrazione ammissibile è la retrodatazione degli effetti giuridici dell’assunzione al momento in cui questa avrebbe dovuto avere luogo. La retrodatazione economica comporterebbe il conferimento di una retribuzione per prestazioni mai effettuate e, quindi, la violazione del principio di corrispondenza tra esercizio dell’attività lavorativa e retribuzione.

Quindi, la scuola dovrà comunque far sottoscrivere al nuovo supplente un contratto nelle cui premesse si fa riferimento all’esclusivo valore ai fini giuridici dello stesso dal dicembre 2011 fino alla data di effettiva assunzione in servizio ai fini giuridici ed economici.

Con altro contratto lo si assumerà in servizio a tutti gli effetti.

 

 

Mancata restituzione degli acconti versati dagli studenti per i viaggi di istruzione

 

Quesito dell’11/03/2012

E’ legittimo che la scuola decida di non restituire la quota di acconto versata per i viaggi di istruzione, nel caso in cui uno studente non partecipi più all'iniziativa, al fine di costituire un fondo per studenti "bisognosi"?

Trascrivo l'articolo del Regolamento dei viaggi di istruzione:

“Qualora il ritiro avvenga dopo il versamento di parte o dell’intera quota, l’acconto non viene restituito per:

- coprire eventuali spese non rimborsabili (es. costo biglietto aereo)

- coprire eventuali penali richieste dall’agenzia

- costituire un fondo utile per erogare contributi per chi rientra nelle condizioni di cui al punto precedente.

[E' prevista la possibilità che la scuola eroghi contributi a studenti bisognosi, secondo una determinata procedura].

 

Risposta

Si premette che, con l'entrata in vigore del DPR 8/03/1999 n. 275, le istituzioni scolastiche hanno completa autonomia in materia di organizzazione e responsabilità delle visite guidate e viaggi di istruzione.

Per questo la regolamentazione di tutte le tipologie di “uscita” dalla scuola (viaggi di integrazione culturale, viaggi di integrazione della preparazione di indirizzo, stage, viaggi connessi ad attività sportive, settimane bianche, visite guidate, partecipazione a gare nazionali o internazionali) è di competenza degli organi scolastici che ne regolano anche le modalità, in quanto tutte quelle (anche particolareggiate) indicate nelle circolari ministeriali precedenti (in particolare C.M. 14/10/1992 n. 291 e C.M. del 2/10/1996 n. 623), assumono oramai la funzione di suggerimenti di comportamento.

Spetta in particolare al Consiglio di Istituto approvare uno specifico Regolamento o comunque fissare i criteri generali organizzativi delle attività in parola, al Collegio dei docenti ed ai Consigli di classe la loro programmazione didattica.

Pertanto il vostro Regolamento dei viaggi di istruzione ha potuto legittimamente prevedere di non restituire motivatamente la quota di acconto versata per i viaggi di istruzione, nel caso in cui uno studente non partecipi più all'iniziativa, al fine di coprire eventuali spese non rimborsabili o penali richieste dall’agenzia o ancora per costituire un fondo per studenti "bisognosi".

 

Le prove Invalsi sono obbligatorie per le scuole e per i docenti

 

Quesito dell’11/03/2012

Dal mio punto di vista l'art. 51 del decreto legge n. 5 del 9 febbraio 2012 è chiaro, nel senso che i docenti non possono opporsi alle prove Invalsi ovvero alla somministrazione e alla correzione: “2. Le istituzioni scolastiche partecipano, come attività ordinaria d'istituto, alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti degli studenti, di cui all'articolo 1, comma 5, del decreto-legge 7 settembre 2007, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176”.

Sappiamo tuttavia che alcuni sindacati si stanno organizzando contro le prove, sostenendo che sono sì obbligatorie per le scuole (leggi i Dirigenti scolastici), ma non per i docenti, che possono rifiutarsi.

Ritengo che si tratti di un'interpretazione capziosa: se le scuole sono tenute a somministrare le prove, ne consegue che devono provvedere anche alla loro correzione, altrimenti viene meno la “partecipazione” di cui all’art. citato.

Inoltre, se si tratta di attività ordinaria, è possibile pagare l'impegno come attività aggiuntiva? La maggior parte delle scuole ha previsto stanziamenti dal FIS per i docenti impegnati, in quanto lo scorso anno una circolare ministeriale dava indicazioni in questo senso.

A mio parere l'ordinarietà dell'attività e l'accesso al FIS non si escludono: anche il recupero è attività ordinaria, ma prevede una retribuzione accessoria per chi la realizza.

 

Risposta

L’articolo 51 del D.L. n. 5 del 9 febbraio 2012 (“Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo”), costituisce una prima (e parziale) risposta a una (la 13a) delle domande che l’U.E. aveva posto ufficialmente al Ministro Tremonti nella ormai famosa lettera spedita il 4 novembre scorso dal commissario agli Affari economici, Olli Rehn.

Il riconoscimento per via legislativa dell’“ordinamentalità” delle rilevazioni periodiche dell’Invalsi viene affermato come primo passo per la definizione delle “caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti al test Invalsi” richieste nella citata lettera.

Questa, secondo diffuso convincimento, la “ratio” dell’inserimento nel citato D.L. sulla semplificazione della funzione ordinamentale delle rilevazioni Invalsi.

Sul piano pratico la norma argina le argomentazioni con cui da diverse parti (sindacali e non) si è cercato negli anni scorsi di boicottare le prove finalizzate alla periodica rilevazione degli apprendimenti degli alunni del sistema nazionale di istruzione.

Il punto focale delle contestazioni più radicali era rappresentato proprio dall’affermazione che tali prove non avrebbero trovato fondamento in una norma legislativa e che, pertanto, in mancanza, la loro attivazione poteva passare solo attraverso la delibera del Collegio dei docenti in quanto organo deputato dalla normativa vigente (D. Lgs. 297/1994, art. 7) alla programmazione educativo-didattica della scuola.

Tuttavia il MIUR, con la nota prot. 2792 del 20 aprile 2011 aveva già affermato che “da quanto finora detto emerge con assoluta chiarezza che l’ordinamento scolastico richiede alle scuole la partecipazione, anzi il concorso istituzionale alle rilevazioni periodiche e di sistema”; ma una cosa è una circolare, un’altra è una legge.

La medesima nota apriva poi alla possibilità che l’impegno supplementare (ed extracontrattuale) dei docenti conseguente alle rilevazioni fosse oggetto di riconoscimento economico.

A tal fine (per la corresponsione del compenso a carico del fondo) e non già come atto necessario per la partecipazione della scuola alla rilevazione Invalsi, la nota chiamava in causa la delibera del Collegio relativamente al piano delle attività di cui all’art. 28 comma 4 del CCNL: ciò in quanto il Consiglio di istituto, nella delibera – per il successivo art. 88 comma 1 - relativa alle attività da retribuire con utilizzazione del fondo “acquisisce la delibera del Collegio dei docenti”.

Si ritiene che il compenso possa essere riconosciuto ai sensi dell’art. 88 comma 2 lett. l (“particolari impegni connessi alla valutazione degli alunni”).

Seguendo il ragionamento svolto dal Ministero con la predetta nota, il compenso in questione può continuare ad essere erogato anche quest’anno, dopo che con il D.L. 5/2012 è stata affermata, con provvedimento di legge, l’ordinamentalità delle rilevazioni periodiche sui livelli di apprendimento degli alunni.

Si rileva tuttavia che il piano annuale delle attività del personale docente, dopo le modifiche introdotte dal D.Lgs. 150/09 (articolo 5 comma 2 e 40 comma 1), non deve più essere sottoposto a delibera di approvazione del collegio in quanto rientrante a pieno titolo nelle competenze che la legge assegna in via esclusiva al dirigente.

Pertanto, ferma restando l’opportunità che il dirigente si confronti con il collegio in merito ad aspetti organizzativi aventi una diretta influenza sull’offerta formativa e che tenga conto delle proposte che lo stesso è titolato ad avanzare, il piano annuale non può essere adottato altro che con atto gestionale del dirigente. Questi è tenuto a dare informazione del piano alla RSU di istituto e alle rappresentanze territoriali delle OO. SS. firmatarie del CCNL vigente.

 

La docente che si rifiuta di sostituire un collega assente…

 

Quesito dell’11/03/2012

L’altro giorno una docente si è rifiutata di andare in classe (una 2° scientifico), alla richiesta di motivazioni da parte del vicario ha risposto "non sono in grado di tenerli buoni (!)"; il vicario ha cercato altro docente disponibile ed ha coperto la classe. Dopo circa 15' la docente titolare si è convinta ad entrare in classe.

Ho chiesto una dettagliata relazione al vicario e mi appresto ad inviare una lettera riservata con la quale richiedo formali spiegazioni.

Che tipo di provvedimento disciplinare posso attivare?

E' lecito effettuare una trattenuta sullo stipendio pari ad 1/4 di ora?

Grazie.

 

Risposta

A seguito dell’entrata in vigore dell’art. 55-bis del d.lgs 165 del 2001, inserito dall’art. 69 del d.lgs n. 150 del 2009, per le infrazioni di minore gravità, per le quali è prevista l'irrogazione di sanzioni superiori al rimprovero verbale ed inferiori alla sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per più di dieci giorni, il procedimento disciplinare, se il responsabile della struttura ha qualifica dirigenziale, si svolge secondo le disposizioni del comma 2, che sono:

- contestazione degli addebiti entro 20 giorni da quando ha avuto notizia del fatto;

- convocazione del dipendente per il contraddittorio a difesa con un preavviso di almeno 10 giorni;

- conclusione del procedimento entro 60 giorni, salvo che non sia stato richiesto e accordato (per gravi e oggettivi impedimenti) un rinvio della convocazione per più di 10 giorni; in tal caso la durata del rinvio si somma al limite di 60 giorni;

- possibilità di un unico rinvio nel corso del procedimento, che si deve quindi concludere necessariamente o con il non luogo a procedere o con la comminazione della sanzione.

I termini suddetti sono perentori.

La competenza del dirigente si estende, in una logica di progressività, dall’avvertimento scritto alla censura fino alla sospensione dal servizio e dalla retribuzione per un massimo di 10 giorni di cui all’art. 492 del d.lgs 297/94.

Non è prevista la sanzione della trattenuta sullo stipendio pari ad 1/4 di ora.

Qualora il DS intendesse ricorrere al solo rimprovero verbale, si suggerisce di procedere come segue:

- convocare la professoressa, alla presenza del vicario, e rimproverarla verbalmente per il rifiuto di andare prontamente in classe. Ed aggiungere che, per questa volta, si è inteso andare con la mano leggera stante l’abituale comportamento rispettoso delle regole;

- uscita la dipendente, verbalizzare l’incontro e sottoscrivere il verbale insieme al vicario presente;

- inserire lo scritto in busta chiusa nel fascicolo personale dell’interessata.

Quanto sopra per evitare il rilievo che spesso si accompagna alla sanzione del rimprovero verbale: che, se viene messa per iscritto, diventa di fatto un rimprovero scritto, cioè una sanzione proceduralizzata di livello superiore. E, se non si scrive nulla, è come se non fosse mai avvenuta, perché non si può darne la prova in caso di recidiva. Seguendo la procedura descritta, quel che viene messo per iscritto non è la sanzione, ma la descrizione del colloquio verbale in cui essa è stata inflitta. Una sottigliezza forse un po’ bizantina, ma probabilmente efficace.

 

 

Sull’obbligatorietà dell’azione disciplinare…

 

Quesito del 10/03/2012

Ti chiedo un parere sull'opportunità d'irrogare ad una docente del Liceo che dirigo, una sanzione e, se del caso, sul peso della medesima da applicare.

Un paio di giorni fa si è svolta la seconda prova di evacuazione, peraltro con buona soddisfazione del RSPP in ordine a tempi e modalità; dall'esame dei verbalini di evacuazione, mi rendo conto che una classe è rimasta al suo posto: la docente, persona senz'altro equilibrata e professionalmente irreprensibile, dichiara sostanzialmente di aver voluto, d'accordo con gli alunni e visto che mancavano pochi minuti al termine del modulo di lezione, non interrompere una verifica scritta in corso. Orbene è evidente che nessun motivo può giustificare la mancata partecipazione alla simulazione di un'emergenza, e la docente si è subito resa conto del macroscopico sbaglio parlando con il RSPP il quale le ha chiesto di spiegare immediatamente alla classe la gravità dell'errore commesso e di sfruttare l'episodio per una riflessione sull'importanza del comportamento responsabile in tema di sicurezza.

La vicenda mi ha obiettivamente sorpreso, vista la competenza e l'equilibrio della docente coinvolta, e ti chiedo quindi un parere sulla necessità di avviare comunque un procedimento disciplinare e in caso affermativo che grado di sanzione troveresti appropriato.

 

Risposta

Stante la buona fede e il comportamento abitualmente irreprensibile dell’interessata e il rimedio subito posto in essere dal RSPP il quale ha chiesto alla docente medesima di spiegare immediatamente alla classe la gravità dell'errore commesso e di sfruttare l'episodio per una riflessione sull'importanza del comportamento responsabile in tema di sicurezza, non si ritiene necessario l’avvio di un procedimento disciplinare nei suoi confronti.

Infatti l’azione disciplinare – al contrario di quella penale – non è mai obbligatoria. La previsione dei fatti che danno luogo a responsabilità disciplinare è sempre “generale”, cioè per tipologie di comportamenti, dovendosi dare per scontato che la riconduzione del singolo episodio ad una tipologia di mancanza costituisca esercizio di azione discrezionale del responsabile del procedimento.

Si esercita in questa materia, nel quadro normativo vigente, un triplice livello di discrezionalità:

1) se il fatto di cui si è avuta notizia sia riconducibile ad una tipologia di mancanza disciplinare;

2) se, posto che lo sia, sia il caso di procedere o meno (livello di gravità, se è la prima volta, se l’interessato è per altri versi persona irreprensibile e scrupolosa o meno, ecc.);

3) se, posto che sia il caso di procedere, il livello di gravità del comportamento chiami in causa la competenza del dirigente scolastico ovvero quella dell’ufficio di livello superiore.

Va aggiunto che l’art. 55-sexies comma 3 prevede una specifica ipotesi di responsabilità per il dirigente che non eserciti l’azione disciplinare. Tuttavia neppure questa norma prevede un obbligo assoluto, in quanto sanziona “il mancato esercizio [...] dell’azione disciplinare, dovuto all’omissione o al ritardo, senza giustificato motivo, degli atti del procedimento [...] o a valutazioni sull’insussistenza dell’illecito disciplinare irragionevoli o manifestamente infondate, in relazione a condotte avente oggettiva e palese rilevanza disciplinare [...]”.

Come si vede, quel che viene sanzionato è la sottovalutazione della gravità o la negligenza nell’esercizio del potere di valutare, non la facoltà di apprezzare la rilevanza dell’episodio prima di intervenire.

 

Orario part time dei docenti

 

Quesito del 10/03/2012

Vorrei un parere relativo all'orario chiesto di part-time dal docente o dall'ATA.

"Va anche indicata la durata della prestazione lavorativa che, per i docenti, è di norma pari al 50% di quella a tempo pieno e per il personale ATA non inferiore al 50% di quella a tempo pieno".

Può un DS non concedere un part-time di 15 ore all'insegnante di inglese per motivi di stabilità organica e di conseguenza un'offerta didattica più efficace ed efficiente?

In caso contrario i residui dell'orario part-time, nello stesso istituto, possono costituire cattedra su tre comuni diversi?

Grazie.

 

Risposta

I principali riferimenti normativi sul part time del personale scolastico sono costituiti dagli artt. 39 e 58 del CCNL/2007 e dall’O.M. 446 del 22/07/1997.

In particolare, per i docenti, l’art. 39/4 del CCNL prescrive: “Con ordinanza del MPI, previa intesa con i Ministri dell’Economia e della Funzione Pubblica, sono determinati, i criteri e le modalità per la costituzione dei rapporti di lavoro di cui al comma 1, nonché la durata minima delle prestazioni lavorative, che deve essere di norma pari al 50% di quella a tempo pieno”.

Tuttavia, ai sensi del comma 3 viene previsto che ai fini della costituzione di rapporti di lavoro a tempo parziale si deve tener conto delle particolari esigenze di ciascun grado di istruzione, anche in relazione alle singole classi di concorso a cattedre o posti, ed assicurare l'unicità del docente, per ciascun insegnamento e in ciascuna classe o sezioni di scuola dell’infanzia, nei casi previsti dagli ordinamenti didattici, prevedendo a tal fine le ore di insegnamento che costituiscono la cattedra a tempo parziale.

L’art. 7 dell’OM 446 prevede al comma 1 che per quanto concerne i docenti dell'istruzione secondaria di primo e secondo grado, titolari su classi di concorso comprendenti più discipline, la fruizione del part-time deve essere funzionalmente raccordata alla scindibilità del monte orario di ciascun insegnamento della classe di concorso stessa e al comma 6 stabilisce che la realizzazione del part-time nella scuola secondaria deve essere compatibile con l'articolazione oraria delle cattedre nell'ambito dell'organizzazione didattica delle scuole garantendo l'unicità del docente in ciascuna classe e in uno o più degli insegnamenti di cui è composta ciascuna cattedra, in base agli ordinamenti didattici vigenti.

Pertanto, di norma, il tempo parziale è pari al 50% del tempo pieno, ma, in base all’articolazione oraria delle cattedre, può essere anche inferiore o superiore a tale misura.

Un part time di 15 ore può essere negato se opportunamente motivato come nel caso in esame (stabilità organica e offerta didattica più efficace ed efficiente).

Nella formazione delle cattedre va osservato, di norma, il limite massimo di tre sedi scolastiche e massimo di due comuni, tenendo presente il criterio della facile raggiungibilità (vedi ad es. l’art. 4/3 del D.M. 131/2007).

 

La continuità di servizio dei docenti trasferiti d’ufficio

 

Quesito del 9/03/2012

Sono un docente di II grado con 18 anni di servizio

Sono stato dichiarato sovrannumerario dopo 8 anni di servizio e trasferito d'ufficio per l'a.s. 2002-03 in altro comune.

Ho fatto domanda di rientro nella precedente sede per il quinquennio, indicandola come prima e unica sede, senza ottenerne il rientro.

Ora sto per essere dichiarato nuovamente sovrannumerario, perché non mi riconoscono nel punteggio di continuità i precedenti 8 anni, ma solo i 9 maturati nella attuale scuola di titolarità.

Sarei lieto di conoscere la vostra opinione, per me molto importante.

 

Risposta

Ai sensi dell’art. 7, punto II del CCNI sulla mobilità del personale scolastico sottoscritto il 29/02/2012 “Il personale scolastico trasferito d’ufficio o a domanda condizionata, anche su tipologia diversa di posto (comune e/o cattedra, sostegno) ha diritto al rientro con precedenza nella scuola, circolo o istituto da cui è stato trasferito in quanto soprannumerario, qualora la relativa cattedra o posto si renda disponibile per i movimenti relativi ad uno degli anni scolastici dell’ottennio successivo al provvedimento suddetto. […] Tale precedenza spetta a condizione che gli interessati abbiano prodotto domanda per ciascun anno dell’ottennio e che richiedano, come prima preferenza la scuola, circolo o istituto dove erano titolari, o preferenze sintetiche (comune o distretto) comprensive di tale scuola, circolo o istituto”.

La disposizione attribuisce uno specifico punteggio per il servizio di ruolo prestato senza soluzione di continuità nella scuola di titolarità, punteggio che viene assegnato anche per i trasferimenti d’ufficio ai sensi del punto C della tabella di valutazione dei titoli e servizi (Allegato D al contratto medesimo).

La disposizione per i trasferimenti di ufficio è meglio esplicitata dalla nota 5 bis. In quest’ultima si fa riferimento alla formazione della graduatoria interna per l’individuazione dei soprannumerari, in cui è prevista l’attribuzione del punteggio per continuità di servizio nella scuola, anche in caso di diritto al rientro nell’ottennio del personale trasferito in quanto soprannumerario.

Il suddetto punteggio è direttamente collegato alla particolare tutela che le norme contrattuali hanno stabilito per il personale soprannumerario in una scuola, cioè il diritto al rientro nella sede di precedente titolarità nell’arco di un determinato numero di anni (otto), a partire dal primo trasferimento d’ufficio, qualora il medesimo richieda in ciascun anno dell’ottennio successivo anche il trasferimento nell'istituto di precedente titolarità ovvero nel comune.

L’ottennio costituisce perciò un limite posto dalle norme contrattuali che è stato allargato rispetto agli anni precedenti, che avevano posto tale limite al quinquennio e poi successivamente al sessennio e al settennio. La proroga a otto anni è dovuta ad una tutela stabilita dalle parti nel contratto per garantire quelle situazioni di docenti perdenti posto, a seguito degli interventi di razionalizzazione sulle datazioni organiche previste dalla legge 133/2008.

Avendo lei prodotto domanda di rientro nella precedente sede per ciascun anno del quinquennio e non dell’ottennio, non ha titolo a vedersi riconosciuto il punteggio di continuità per gli anni precedenti i 9 maturati nella scuola di attuale titolarità.

 

La misura del part time dei docenti

 

Quesito del 9/03/2012

Avrei bisogno del riferimento normativo in base al quale il part time di un docente può essere inferiore a metà del suo orario. Mi pareva che 'di norma' non potesse essere inferiore al 50% (OM 446), ma ho trovato docenti di scuola secondaria di II grado con orario anche di 8 ore.

 

Risposta

I principali riferimenti normativi sul part time dei docenti sono costituiti l’art. 39 del CCNL/2007 e dall’O.M. 446 del 22/07/1997.

In particolare l’art. 39/4 del CCNL prescrive: “Con ordinanza del MPI, previa intesa con i Ministri dell’Economia e della Funzione Pubblica, sono determinati, i criteri e le modalità per la costituzione dei rapporti di lavoro di cui al comma 1, nonché la durata minima delle prestazioni lavorative, che deve essere di norma pari al 50% di quella a tempo pieno”.

Tuttavia, ai sensi del comma 3 viene previsto che ai fini della costituzione di rapporti di lavoro a tempo parziale si deve tener conto delle particolari esigenze di ciascun grado di istruzione, anche in relazione alle singole classi di concorso a cattedre o posti, ed assicurare l'unicità del docente, per ciascun insegnamento e in ciascuna classe o sezioni di scuola dell’infanzia, nei casi previsti dagli ordinamenti didattici, prevedendo a tal fine le ore di insegnamento che costituiscono la cattedra a tempo parziale.

L’art. 7 dell’OM 446 prevede al comma 1 che per quanto concerne i docenti dell'istruzione secondaria di primo e secondo grado, titolari su classi di concorso comprendenti più discipline, la fruizione del part-time deve essere funzionalmente raccordata alla scindibilità del monte orario di ciascun insegnamento della classe di concorso stessa e al comma 6 stabilisce che la realizzazione del part-time nella scuola secondaria deve essere compatibile con l'articolazione oraria delle cattedre nell'ambito dell'organizzazione didattica delle scuole garantendo l'unicità del docente in ciascuna classe e in uno o più degli insegnamenti di cui è composta ciascuna cattedra, in base agli ordinamenti didattici vigenti.

Pertanto, di norma, il tempo parziale è pari al 50% del tempo pieno, ma, in base all’articolazione oraria delle cattedre, può essere anche inferiore o superiore a tale misura.

 

Chi firma il contratto di istituto

 

Quesito del 9/03/2012

Ipotesi di contrattazione firmata dagli OO.SS (in quanto non c'era RSU).

OK dai revisori solo in data odierna.

Nel frattempo elezioni RSU.

Come noto, la commissione elettorale, trascorsi 5 giorni dall’affissione dei risultati elettorali all’albo dell’amministrazione senza che siano stati presentati ricorsi, ovvero dopo aver esaminato entro 48 ore eventuali ricorsi e reclami, dà atto nel verbale finale della conferma della proclamazione degli eletti. Da tale momento la RSU può legittimamente operare.

Quesito: chi firma la contrattazione definitiva?

Se fosse la RSU interna (eletti 2 CGL, 1 CISL, nessuno UIL), manca la firma della UIL oppure devono firmare le OO.SS?

 

Risposta

Si ritiene che la contrattazione vada firmata da coloro che l’hanno a suo tempo negoziata, ossia le OO.SS. firmatarie del contratto nazionale. Stante tuttavia la presenza della RSU recentemente eletta anche questa potrebbe sottoscriverla alla condizione di non modificarne il contenuto.

 

Utilizzo di locali scolastici da parte di esterni

 

Quesito del 7/03/2012

Chiedo se è congruo con le finalità della scuola che il Comune dia l'autorizzazione ad un gruppo di genitori (tra i quali membri del consiglio di istituto), peraltro molto attivi a favore dell'istituzione e molto creativi nell'ideare iniziative per raccogliere soldini che poi vengono devoluti per l'arricchimento dell'offerta formativa, di utilizzare un locale della scuola per una "serata materassi" che frutterebbe agli organizzatori un premio di 600€ già destinato alla scuola, ma che rappresenta indubbiamente un'occasione di vendita di prodotti per la casa dei materassi. Come mi devo regolare io, visto che tra i genitori ci sono appunto membri del consiglio di istituto?

Grazie.

 

Risposta

In merito all’argomento trattato è bene aver presente l’art. 96, commi 4 e 5 del D.Lgs. 297/94 che dispone:

“4. Gli edifici e le attrezzature scolastiche possono essere utilizzati fuori dell’orario del servizio scolastico per attività che realizzino la funzione della scuola come centro di promozione culturale, sociale e civile; il comune o la provincia hanno facoltà di disporre la contemporanea concessione, previo assenso dei consigli di circolo o di istituto, nel rispetto dei criteri stabiliti dal consiglio scolastico provinciale.

5. Le autorizzazioni sono trasmesse di volta in volta, per iscritto, agli interessati che hanno inoltrato formale istanza e devono stabilire le modalità dell’uso e le conseguenti responsabilità in ordine alla sicurezza, all’igiene ed alla salvaguardia del patrimonio”.

Come è noto, le modalità di utilizzo dei locali scolastici in Italia sono le più disparate, proprio perché sono assai diversi, da comune a comune o da provincia a provincia, i contenuti delle convenzioni stipulate sul tema tra le scuole e gli enti locali. Di norma, a monte, esiste una convenzione che regola il rapporto tra la scuola e l'ente locale, nonché dei criteri per la concessione in uso dei locali scolastici (si vedano al riguardo gli artt. 33 e 50 del DI 44/2001) deliberati dal Cd’I, che dà un assenso generale di massima ex art. 96 del D.Lgs. 297/1994 e poi, appunto, definisce i criteri a cui si deve attenere il dirigente nella negoziazione, “a condizione che ciò sia compatibile con la destinazione dell'istituto stesso ai compiti educativi e formativi”.

Come si evince, la normativa non pone ostacoli ad un utilizzo allargato dei locali scolastici per attività che realizzino la funzione della scuola come “centro di promozione culturale, sociale e civile”.

Si nutrono tuttavia dei dubbi sulla coerenza dell’attività proposta con tale funzione della scuola anche se essa beneficerà di un contributo sostanzioso derivante dall’iniziativa per l’arricchimento della sua offerta formativa. Solo questa finalità potrebbe giustificarne la concessione, come a dire che il fine giustifica il mezzo…

 

L’alunno HC di una classe V viene dichiarato in corso d’anno “persona non handicappata”…

 

Quesito del 7/03/2012

Un alunno con attestazione AUSL di individuazione di handicap fin dalla scuola di primo grado, quest’anno frequentante la classe quinta liceale ed oramai maggiorenne, sottoposto alla verifica dei requisiti per la Legge 104, come richiesto dalla recente normativa, ha ricevuto dalla Commissione Medica la determinazione di “NON essere persona handicappata”.

La Scuola che a partire dalla classe terza del Liceo, con il consenso della famiglia, ha attuato per il ragazzo un percorso educativo individualizzato a lui più adeguato, si trova ora con il problema di come portare l’alunno al prossimo Esame di Stato: dovrebbe svolgere le prove ordinarie per il conseguimento del Diploma?

Il Consiglio di Classe ritiene impensabile a soli tre mesi dalla conclusione dell’anno scolastico il raggiungimento da parte dell’allievo dei minimi obiettivi disciplinari per la sua ammissione all’Esame con prove ordinarie.

Chiedo se ci sono o ci sono stati casi analoghi ai quali potersi riferire sul piano formale e quale potrebbe essere la soluzione per porre rimedio ad una situazione così critica.

Grazie.

 

Risposta

Si ritiene che per l’alunno in questione sia stato finora adottato un piano educativo individualizzato differenziato e conseguentemente egli sia stato valutato ai sensi dell’art. 15, comma 4 dell’OM 90/2001, con l'attribuzione cioè di voti relativi unicamente allo svolgimento del citato piano educativo individualizzato e non ai programmi ministeriali. Tali voti hanno, pertanto, valore legale solo ai fini della prosecuzione degli studi per il perseguimento degli obiettivi del PEI. Egli è stato pertanto ammesso alla frequenza dell'anno successivo e lo sarebbe stato anche all’esame di stato alla stessa condizione, cioè votazioni riferite al PEI e non ai programmi ministeriali. L’esame stesso, coerente con il percorso medesimo, sarebbe stato finalizzato solo al rilascio dell'attestazione di cui all'art. 13 del D.P.R. n. 323/1998.

Ora la Commissione Medica dichiara l’alunno in parola “NON essere persona handicappata”. In linea teorica egli potrebbe essere trattato come prevede ancora l’OM cit. là dove scrive che qualora durante il successivo anno scolastico vengano accertati livelli di apprendimento corrispondenti agli obiettivi previsti dai programmi ministeriali, il Consiglio di classe delibera in conformità dei precedenti artt. 12 e 13, senza necessità di prove di idoneità relative alle discipline dell’anno o degli anni precedenti, tenuto conto che il Consiglio medesimo possiede già tutti gli elementi di valutazione.

Il vantaggio sarebbe di non dover sostenere prove relative agli anni pregressi di cui non è in possesso di titolo formale. Tuttavia il CdC non lo ritiene in possesso degli obiettivi disciplinari minimi per la sua ammissione all’esame con prove ordinarie, il che rende quasi impraticabile tale percorso.

Il suggerimento è di considerare lo stato di HC valido per tutto il corso dell’a.sc. con la conseguente sua ammissione all’esame alle condizioni descritte. Peraltro, tale titolo di studio ha valore solo ai fini dell’attestazione di cui all'art. 13 del D.P.R. n. 323/1998, il quale prevede che l’alunno in situazione di handicap che abbia svolto un percorso didattico differenziato e non abbia conseguito il diploma attestante il superamento dell’esame, riceve un attestato recante gli elementi informativi attestanti l’indirizzo e la durata del corso di studi, la votazione complessiva ottenuta, le materie di insegnamento ricomprese nel curricolo degli studi con l'indicazione della durata oraria complessiva destinata a ciascuna, le competenze, le conoscenze e le capacità anche professionali acquisite, i crediti formativi documentati in sede d'esame.

In alternativa, se l’alunno interessato e i suoi famigliari pretendessero una valutazione non differenziata, correndo così il rischio di una non ammissione all’esame, lo studente potrà ripetere il V anno con i benefici di cui si è detto, cioè senza necessità di prove di idoneità relative alle discipline degli anni precedenti.

 

Il docente che svolge attività di consulente per il WWF

 

Quesito del 6/03/2012

Un docente di scienze (in possesso di partita IVA) che svolge attività di consulente ambientale per il WWF, avendo inoltrato la richiesta, ha diritto all'autorizzazione a svolgere tale attività o è necessario essere inscritto ad un preciso ordine?

Grazie.

 

Risposta

Si premette che il Regolamento attuativo dello statuto WWF Italia approvato dall’Assemblea nazionale del 15 marzo 2008 prevede la costituzione dell’Associazione senza scopo di lucro “WWF Italia” denominata anche Associazione per il World Wide Fund for Nature (oppure Fondo Mondiale per la Natura). Il WWF Italia è un’associazione indipendente, aconfessionale, apartitica che, rifiutando ogni tipo di violenza, persegue esclusivamente il fine di utilità sociale mediante la tutela e la valorizzazione della natura e dell'ambiente.

L’art. 53, comma 1, del D.Lgs. 165/2001 stabilisce che resta ferma per tutti i dipendenti pubblici la disciplina delle incompatibilità dettata dagli artt. 60 e segg. del DPR n. 3/1957, che vietano ai lavoratori pubblici l’esercizio di attività commerciali ed industriali, l’esercizio di professioni, l’assunzione di impieghi alle dipendenze di privati e di cariche in società aventi fine di lucro.

Il successivo comma 7 prevede che i dipendenti pubblici non possono svolgere incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall'amministrazione di appartenenza.

Qualora il dipendente in questione venga retribuito per la funzione che ricopre è tenuto a richiederne la preventiva autorizzazione.

Se invece tale incarico è svolto gratuitamente, esso è compatibile e può essere svolto senza alcuna autorizzazione come le attività rese a titolo gratuito presso associazioni di volontariato e cooperative a carattere socio-assistenziale senza scopo di lucro.

 

Provvedimento disciplinare in pendenza di procedimento penale

 

Quesito del 5/03/2012

Una famiglia di alunno denuncia al Dirigente Scolastico la circostanza per la quale una docente avrebbe maltrattato fisicamente il figlio.

Viene aperta una procedura disciplinare, ancora in corso, per accertare i fatti e l’eventuale responsabilità.

Avendo i genitori portato il bambino al pronto soccorso, si è anche aperta una procedura giudiziaria e la docente è stata convocata perché indagata. 

Occorre proseguire con la procedura disciplinare e concluderla per poi eventualmente riaprirla in caso di procedimento penale? Con quale sanzione? Non vi sono testimoni adulti del fatto contestato oltre la docente che ovviamente smentisce l’accaduto (ma la famiglia avrebbe alcune prove “indiziarie”).

Si propenderebbe per una censura o per la sospensione di un giorno, anche perché non vi è l’aggravante della recidiva né altre segnalazioni in atti riservati.

 

Risposta

Come è noto, la materia è ormai normata in modo molto dettagliato dall’art. 55-bis del D.Lgs. 165/01, come novellato dall’art. 69 del DLgs. 150/09.

Poiché il dirigente ha avviato la procedura disciplinare con formale contestazione di addebito è poi tenuto a condurre il procedimento fino alla sua conclusione, che può consistere nella sanzione o nella archiviazione.

Essendosi nel frattempo avviato anche una procedura giudiziaria nella quale la docente è indagata, si deve altresì tener conto di quanto previsto dall’art. 55-ter in materia di rapporto fra procedimento disciplinare e procedimento penale. Esso stabilisce che se si tratta di infrazioni di minore gravità, di cui all'articolo 55-bis, comma 1, primo periodo (come pare evincersi dal testo del quesito e dall’aver il dirigente ritenuto essere di sua competenza avviare il relativo procedimento), questo va comunque portato a conclusione, indipendentemente dall’esito di quello penale. In caso di non archiviazione, la censura o la sospensione di un giorno, perché non vi è l’aggravante della recidiva né altre segnalazioni in atti riservati paiono adeguati.

Se si trattasse invece di infrazioni di maggiore gravità, di cui all'articolo 55-bis, comma 1, secondo periodo, l'ufficio competente (che non è comunque il DS ma il Direttore dell’USR), nei casi di particolare complessità dell'accertamento del fatto addebitato al dipendente e quando all'esito dell'istruttoria non dispone di elementi sufficienti a motivare l'irrogazione della sanzione, può sospendere il procedimento disciplinare fino al termine di quello penale, salva la possibilità di adottare la sospensione o altri strumenti cautelari nei confronti della dipendente.

 

Diritto alla proroga della supplenza in caso di risoluzione del rapporto di lavoro del titolare

 

Quesito del 5/03/2012

In data 27/02/2012 è stato risolto il rapporto di lavoro T.I. con una docente dichiarata inabile dalla commissione medica di verifica ai sensi L 335/95. La docente in questione era già assente per malattia ed era stata nominata una supplente con scadenza 31/03/12. Cambiando la motivazione dell'assenza come si deve procedere? Confermare l'attuale supplente o scorrere la graduatoria partendo dalle prioritarie? Nella seconda ipotesi quale potrebbe essere l'ordine per lo scorrimento delle graduatorie? Grad. prioritaria solo del distretto o di tutti i distretti. Graduatoria di prima, seconda e terza fascia? Inoltre gli interpellati possono eventualmente lasciare la supplenza in corso per accettare questa?

 

Risposta

L’art. 7, comma 1 del D.M. 131 del 13/6/2007 prevede che “ai sensi delle disposizioni di cui all’art. 1, i dirigenti scolastici conferiscono supplenze utilizzando le relative graduatorie di circolo e di istituto in relazione alle seguenti situazioni e secondo le correlate tipologie: […]

b) supplenze temporanee per la sostituzione del personale temporaneamente assente e per la copertura di posti resisi disponibili, per qualsiasi causa, dopo il 31 dicembre di ciascun anno”.

Nel caso descritto il dirigente deve far riferimento esclusivamente alla graduatoria di istituto e, in virtù della continuità didattica di cui al successivo comma 4, prorogare il contratto a tempo determinato stipulato col supplente in servizio a far data dalla risoluzione del rapporto di lavoro del titolare fino al termine delle attività didattiche.

Quest’ultima disposizione prevede infatti che “Per ragioni di continuità didattica, ove al primo periodo di assenza del titolare ne consegua un altro, o più altri, senza soluzione di continuità o interrotto solo da giorno festivo o da giorno libero dall’insegnamento, ovvero da entrambi, la supplenza temporanea viene prorogata nei riguardi del medesimo supplente già in servizio, a decorrere dal giorno successivo a quello di scadenza del precedente contratto”.

Nel caso in esame non si tratta di ulteriore periodo di assenza del titolare, bensì di sopraggiunta disponibilità della cattedra, che però non incide sul diritto alla continuità del supplente già in servizio.

A lui spetta pertanto la proroga del contratto fino al termine delle lezioni per ragioni di continuità sull’assenza del titolare anche se è venuta a cambiare la situazione che ha legittimato e originato la sua nomina, essendosi passati da supplenza su assenza per malattia del titolare a supplenza su posto vacante per risoluzione del rapporto di lavoro del titolare medesimo.

Il diritto alla continuità didattica del supplente sancito dall’art. 7/4 del DM 131/2007 esclude anche che si debba scorrere la graduatoria.

 

 

I docenti in part time sono tenuti alla partecipazione fino a 40 ore di riunione collegio docenti

 

Quesito del 5/03/2012

Ho letto per caso un recente Parere ANP del 14/02/2012 su Diritti e doveri dei docenti in part time, nel quale, sulla base dell'art. 7, comma 7 dell’OM 446/97, i docenti in part time sono tenuti a “partecipare alle riunioni del Collegio dei docenti, ivi compresa l'attività di programmazione e verifica di inizio e fine anno e l'informazione alle famiglie sui risultati degli scrutini trimestrali, quadrimestrali e finali e sull'andamento delle attività educative nelle scuole materne e nelle istituzioni educative, fino a 40 ore annue (art. 29/3 lett. a)”.

“Pertanto –si scrive nel suddetto Parere- il monte ore obbligatorio che i docenti in part time debbono garantire per la partecipazione alle attività funzionali all'insegnamento sono: a) presenza a tutti i collegi docenti e ai dipartimenti disciplinari che sono articolazioni del collegio fino a 40 ore…”

D’altra parte, per gli stessi docenti in part time, vengono ridotte proporzionalmente tutte le altre tipologie (i tre giorni di permesso di cui all'art. 33, comma 3, della legge 104/92, le assenze dovute a malattia, il periodo massimo di conservazione del posto, le ferie, le festività soppresse….). Altrimenti “Una diversa interpretazione comporterebbe un ingiustificato vantaggio per il personale in part-time, con la conseguente penalizzazione dei dipendenti a tempo pieno”.

Qualcosa non quadra e sorge spontanea una articolata domanda:

- Posto che il docente part time riceve uno stipendio proporzionato al numero di ore (9/18; 10/18; 11/18…), perché mai dovrebbe essere obbligato ad ore di lavoro NON RETRIBUITE, in quanto eccedenti alla quota per cui è retribuito, relativamente alle 40 ore annue di cui all’art. 29/3 lett. a?

- Il semplice buon senso non suggerisce che questa pretesa obbligatorietà sia una evidente ingiusta penalizzazione/discriminazione?

- Non viene il dubbio che si tratti di una interpretazione che va contro la ratio stessa di tutte le norme sul part time, in particolare il Dlvo 61/2000 (art.4, divieto di assegnare al lavoratore a tempo parziale un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno, specie sul piano retributivo) e perfino contro il principio generale di cui all’art. 36 della Costituzione (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro…”)?

- Perché prima di fornire pareri, che possono alimentare contenziosi in ambiente scolastico, non si approfondisce meglio, leggendo la giurisprudenza, o altri autorevoli pareri più attenti ad interpretare le norme secondo la gerarchia delle fonti e l’autentica ratio legis? (v. ad es. il parere di Carmela Palumbo quand’era direttore USR Veneto).

- Non sarebbe più opportuno suggerire ai DS che si diano da fare a trovare soluzioni organizzative rispettose delle esigenze e dei diritti dei lavoratori che usufruiscono di una riduzione oraria?

 

Risposta

Si conferma il parere già espresso, che viene più compiutamente articolato qui di seguito.

Il punto di riferimento normativo è ancora oggi costituito dal comma 7 dell’art. 7 dell’O.M. 446/1997, che, a nostro giudizio, va interpretato in base a una lettura sistematica dei tre periodi di cui si compone: “Le ore relative alle attività funzionali all'insegnamento sono determinate, di norma, in misura proporzionale all'orario di insegnamento stabilito per il rapporto a tempo parziale. Restano, comunque, fermi gli obblighi di lavoro di cui agli art. 40 e 42, 2° e 3° comma, del C.C.N.L. Per quanto attiene alle attività di cui all'art. 42, comma 3 lettera b), il tetto delle quaranta ore annue andrà determinato in misura proporzionale all'orario di insegnamento stabilito”.

Il comma esordisce con una asserzione di principio (“Le ore relative alle attività funzionali all’insegnamento sono determinate, di norma, in misura proporzionale all’orario di insegnamento stabilito per il rapporto a tempo parziale”), perfettamente in linea con le connotazioni sinallagmatiche del rapporto di lavoro: prestazione lavorativa vs retribuzione.

Conseguentemente, nei casi di riduzione della prestazione lavorativa per applicazione del part time con proporzionale riduzione della retribuzione, la proporzionalità della contrazione dell’obbligazione lavorativa del dipendente si estende a ciò che è strumentale, preordinato (o, per dirla col linguaggio del CCNL scuola, funzionale) al dovuto svolgimento della prestazione lavorativa principale.

L’affermazione del predetto principio è, come si dice nel testo, “di norma”.

Ciò non significa che, nelle attività funzionali, non possano esserne enucleate alcune che, per la loro rilevanza ai fini della regolare prestazione lavorativa e delle esigenza del servizio, possono essere escluse dal principio della proporzionalità di cui sopra e pretese, conseguentemente, nella loro integralità.

E’ questo, a giudizio dello scrivente, il caso di cui al secondo periodo del citato comma 7 dell’art. 7 dell’O.M. 446/97. Con disposizione derogante, infatti, al “di norma” si prevede che non possano essere ridotti gli impegni funzionali all’insegnamento di cui all’art. 40 commi 2 e 3 del CCNL 4 agosto 1995 [commi trasfusi integralmente nell’attuale CCNL, art. 29 comma 2 e 3], ma, per quanto riguarda il comma 3, solo le attività elencate alla lettera a), ovvero “la partecipazione alle riunioni del Collegio dei docenti, ivi compresa l’attività di programmazione e di verifica di inizio e di fine e l’informazione alle famiglie sui risultati degli scrutini trimestrali, quadrimestrali e finali e sull’andamento  delle attività educative nelle scuole materne e nelle istituzioni educative, fino a 40 ore annue”).

Infatti il successivo periodo riconferma che “per quanto attiene alle attività di cui all’art. 42 [oggi 29] comma 3 lett. b, il tetto delle 40 ore annue andrà determinato in misura proporzionale all’orario di insegnamento stabilito”.

Circa la “ratio” della differente disciplina delle attività funzionali all’insegnamento sub lett. a) e b) del comma 3 dell’art. 29, si osserva che certe attività (ad esempio, “informazione alle famiglie sui risultati degli scrutini”), se svolte in ragione della riparametrazione proporzionale delle ore funzionali, comporterebbero una notevole lesione dei diritti delle famiglie: di qui il loro rilievo e la deroga al principio di proporzionalità.

Senza considerare poi che la riduzione a proporzionalità delle ore per le riunioni di consiglio di classe discendono automaticamente dal fatto che il docente in part time insegna in un numero minore di classi.

Anche il Giudice del lavoro di Perugia, con la sentenza n. 896 del 17/11/2011, nell’interpretare le norme relative agli obblighi lavorativi dei docenti assunti con contratto a tempo parziale, afferma che per tutte le attività funzionali all’insegnamento, sia individuali che collegiali, la condizione del docente in part-time “non differisce in nulla da quella del docente a tempo pieno, ad eccezione del solo obbligo concernente la partecipazione ai consigli di classe per il quale è previsto un impegno lavorativo annuo inferiore a quello dei docenti a tempo pieno”.

Se ne deduce, quindi, che fatto salvo il rispetto di questa limitazione – in misura proporzionale al numero di ore di lezione settimanali previste dal tempo parziale – non sussistono ulteriori vincoli, per l’Amministrazione, in relazione alla calendarizzazione di tali impegni.

Ciò comporta, di conseguenza, che i docenti a tempo parziale verticale sono obbligati a partecipare a tutte le attività funzionali all’insegnamento (colloqui con i genitori, lavori del Collegio dei docenti e dei Consigli di classe) anche se esse sono fissate in giorni esclusi dal contratto di part-time.

Costituisce motivo di particolare interesse osservare che il processo decisionale seguito dal giudice si attiene al generale principio civilistico in base al quale le reciproche obbligazioni del datore di lavoro (l’Amministrazione scolastica, in persona del dirigente scolastico pro tempore) e del prestatore di lavoro (in questo caso, il docente a tempo parziale) sono fissate dal contratto collettivo di lavoro e dalle norme, anche di natura legislativa, cui eventualmente il contratto rinvia. Le prassi contrastanti con quelle obbligazioni non sono in alcun modo vincolanti per le parti, ed è proprio il caso della diffusa convinzione secondo cui i docenti in part-time verticale, durante i giorni esclusi dal part-time, sono liberi da ogni altro obbligo.

La principale fonte normativa (di natura pattizia) sulla materia in questione è l’articolo 39 del CCNL/2007. Il quarto comma di tale articolo rinvia ad una più specifica regolamentazione tramite ordinanza ministeriale. L’ottavo comma, relativo agli istituti normativi previsti dal medesimo CCNL – ma diversi dalle attività aggiuntive di insegnamento e dai benefici che comportano riduzioni dell’orario di lavoro – richiama invece l’applicabilità, al rapporto in tempo parziale, delle stesse disposizioni in vigore per il rapporto a tempo pieno. Si tratta pertanto di una norma di chiusura che prevede, per tutte le situazioni non esplicitamente disciplinate dalle specifiche norme sui contratti a tempo parziale, l’applicazione delle disposizioni sul lavoro a tempo pieno.

Nell’esaminare l’ordinanza ministeriale che disciplina in dettaglio la materia, l’O.M. 446/1997, si può notare che essa, al settimo comma dell’articolo 7, introduce in effetti una deroga alle regole dell’ordinario rapporto di lavoro a tempo pieno, ma solo con riguardo al monte ore annuale di attività funzionale all’insegnamento che il docente è tenuto a svolgere – la riduzione, proporzionale al numero di ore di lezione prestate a settimana, è specificamente prevista solo per le ore di partecipazione ai Consigli di classe, in quanto “restano fermi” gli ulteriori obblighi di lavoro – mentre nulla dispone “in ordine alla collocazione temporale di tale attività”.

Pertanto, in applicazione dell’ottavo comma del citato art. 39 del CCNL, la materia della “collocazione temporale” dell’attività funzionale all’insegnamento risulta disciplinata secondo le disposizioni sul lavoro a tempo pieno.

In conclusione, a prescindere dalla tipologia dell’impegno (partecipazione ai colloqui con i genitori, alle sedute del Collegio dei docenti o dei Consigli di classe), il docente è comunque tenuto a svolgere tali attività, in qualunque giorno siano fissate, purché il monte ore dei Consigli di classe sia ridotto in misura proporzionale all’effettivo orario di lezione settimanale.

 

Fruizione dei permessi della legge 104/92 ad ore

 

Quesito del 5/03/2012

Una docente il lunedì ha il seguente orario: 2 ore in una scuola e altre 2 ore in un’altra scuola in un comune diverso. La docente usufruisce della 104 per la suocera, e chiede sempre il lunedì di poter usufruire di 2 ore di permesso per la 104, in questo modo penalizza solo la classe in un altro comune. E' possibile concederla e non si può frazionare il monte orario della 104?

La ringrazio in anticipo.

 

Risposta

L’art. 33/3 della legge 104/92 non prevede la fruibilità di detto permesso ad ore ma solo a giorni. Tuttavia in alcuni contratti collettivi, quali ad esempio quello del comparto Ministeri ed Autonomie, per venire incontro alle esigenze dei lavoratori che prestano assistenza, è stato stabilito che tali permessi giornalieri possono essere fruiti anche in maniera frazionata, cioè ad ore.

Il contingente massimo di ore fissato è pari a 18 ore mensili per un orario di lavoro di 36 ore settimanali. Concetti ribaditi anche nella circolare Funzione Pubblica n. 8 del 6/09/2008, che non ha modificato la materia trattata ma, ha semplicemente fissato e fatto chiarezza nelle sole regole applicative.

Il CCNL comparto scuola vigente non ha previsto l'eventualità di frazionare i giorni in ore per i permessi in argomento. Esso si limita solo a precisare che “essi devono essere possibilmente fruiti dai docenti in giornate non ricorrenti”, disposizione che va applicata anche alla docente in questione.

Si ritiene tuttavia che il Dirigente, nella sua autonomia, valutate le singole richieste, possa accordare eccezionalmente questa possibilità anche per garantire la funzionalità dei servizi.

Poiché l’orario di lavoro in 36 ore settimanali è svolto dal solo personale ATA, mentre quello dei docenti varia per tipologia di scuola (infanzia, primaria, secondaria) è necessario riproporzionare il numero delle ore secondo il calcolo seguente: orario normale di lavoro settimanale/numero dei giorni lavorativi settimanali x 3 = ore mensili fruibili.

 

Approvazione del conto consuntivo in difformità dal parere dei revisori dei conti: adempimenti

 

Quesito del 3/03/3012

Nel caso di approvazione del consuntivo da parte del Consiglio di Istituto, in difformità del parere dei Revisori chi deve scrivere la relazione (il Presidente del Consiglio di Istituto o il DS), ed inviare il materiale documentale (il Presidente del Consiglio di Istituto, il DS, o il DSGA).

La norma non specifica nulla in merito, a differenza del comma successivo dove si indica specificatamente la figura del dirigente scolastico.

 

Risposta

L’art. 18, commi 5-7 del DI 44/2001 prevede:

“5. Il conto consuntivo, è predisposto dal direttore entro il 15 marzo ed è sottoposto dal dirigente all'esame del Collegio dei revisori dei conti, unitamente ad una dettagliata relazione che illustra l'andamento della gestione dell'istituzione scolastica e i risultati conseguiti in relazione agli obiettivi programmati. Esso, corredato della relazione del collegio dei revisori dei conti, è sottoposto, entro il 30 aprile, all'approvazione del Consiglio di istituto.

6. Il conto consuntivo approvato dal Consiglio di istituto in difformità dal parere espresso dal Collegio dei revisori dei conti, è trasmesso, entro il 15 maggio, all'Ufficio scolastico regionale, corredato di tutti gli allegati, del programma annuale, con relative variazioni e delibere, nonché di una dettagliata e motivata relazione, ai fini dell'adozione dei provvedimenti di competenza.

7. Nel caso in cui il Consiglio di istituto non deliberi sul conto consuntivo entro 45 giorni dalla sua presentazione, il dirigente ne dà comunicazione al Collegio dei revisori dei conti e al dirigente dell'Ufficio scolastico regionale, che nomina un commissario ad acta per il relativo adempimento”.

I momenti dell’approvazione del conto consuntivo sono pertanto 3: 1) predisposizione del conto consuntivo con dettagliata relazione del DS; 2) sottoposizione al parere dei revisori che viene espresso con apposita relazione; 3) approvazione del CdI.

Qualora il Cd’I lo approvi in difformità dal parere dei revisori, esso viene trasmesso dal DS all’USR accompagnato da tutti gli allegati e da un relazione stesa ancora dal DS, responsabile dell’esecuzione delle delibere del CdI, nella quale vengono illustrate le motivazioni dell’approvazione in difformità dal parere dei revisori.

 

 

Anno di prova dei docenti che hanno ottenuto il passaggio di ruolo

 

Quesito del 1/02/2012

Chiedo quali siano le modalità di superamento del periodo di prova per un docente che ha ottenuto il passaggio di ruolo ed ha effettuato il servizio previsto: nomina di un tutor? relazione finale? discussione in comitato di Valutazione della relazione?

A mio parere, per questo personale valgono ancora le disposizioni di cui all' art. 58 del D.P.R. 31.5.1974 n. 417 (periodo di prova, consistente nella prestazione, senza elementi di demerito, di servizio per almeno 180 giorni sulla propria cattedra o su materie affini nell'anno scolastico). Il periodo di prova con anno di formazione (art. 440 del D.Lvo 16/4/1994 n. 297), per i docenti vincitori di concorso, che prevede, prima della verifica delle attività svolte in prova, una serie di attività formative per i neo-docenti e l'assistenza degli stessi da parte di un tutor, vale secondo me solo per i neoimmessi in ruolo (vincitori di concorso per titolo ed esami o concorso per titoli).

Altri ritengono che il Dirigente dovrebbe nominare un tutor per il periodo di prova e chiedere al docente che ha effettuato il passaggio di ruolo di presentare di fronte al Comitato di valutazione una relazione finale.

 

Risposta

I docenti beneficiari di passaggio ad un ruolo diverso mediante le normali procedure di mobilità del personale sono soggetti al periodo di prova.

I riferimenti normativi fondamentali relativi al periodo di prova sono costituiti dagli articoli 438-440 del D.Lgs. 297/1994 (che riprendono, in particolare, l'art. 58 del D.P.R. 417/1974 ed è proprio in applicazione di quest'ultimo articolo che era stata emanata la C.M. 219 del 1/08/1975 che ancora oggi, con gli adattamenti resi necessari dal D.P.R. 275/1999 in materia di competenze e procedure in merito, rappresenta un altro punto di riferimento di fondamentale importanza).

La prova ha la natura di periodo di ruolo ad ogni effetto (es. regime delle assenze, progressione di anzianità ai fini della carriera, ecc.). Il superamento del periodo di prova è la condizione per poter chiedere ed ottenere la ricostruzione di carriera, i cui effetti decorreranno dal momento stesso della conferma (art. 490 D.Lgs. cit.) o altri benefici previsti dalle norme vigenti.

La durata della prova è di un anno scolastico. Il servizio deve essere non inferiore a 180 giorni nello stesso anno; esso, inoltre, deve essere prestato nel posto per il quale la nomina è stata conseguita.

Tale docente non è tuttavia tenuto all'anno di formazione previsto dall'art. 440 del D.Lgs. cit. per i soli docenti vincitori di concorso, mentre gli va affiancato un tutor.

Al termine dell’anno scolastico di prova il D.S. riunisce il comitato per la valutazione del servizio e, sulla base di tutti gli elementi di valutazione da lui acquisiti, presenterà una relazione circostanziata e motivata sul servizio prestato dal docente. Il comitato prenderà anche in esame gli atti relativi all’attività da lui svolta (ad esempio i registri personali di cui valuterà le modalità di tenuta, gli elaborati degli alunni da lei corretti e classificati, ecc.) e sulla scorta di tali elementi esprimerà un suo parere di conferma in ruolo.

Il decreto relativo viene disposto dal D.S. e, sulla sua scorta, viene emesso il decreto di ricostruzione della carriera del docente medesimo.

 

La supplenza del docente in semiesonero è in carico alla scuola

 

Quesito del 1/03/2012

Salve vorrei sapere chi ha in carico la retribuzione del sostituto del docente vicario in semiesonero, tenuto conto che trattasi di docente di religione e che la R.T.S. continua ad affermare che trattasi di supplenza breve e saltuaria.

Ringrazio.

 

Risposta

Si conferma che la sostituzione del docente vicario in semiesonero è una supplenza temporanea che rientra tra quelle previste all’art. 1, comma 1, lett. b) del DM 131/2007, essendo essa una supplenza temporanea sino al termine delle attività didattiche per la copertura di ore di insegnamento che non concorrono a costituire cattedre o posti orario. Essa rientra tra le supplenze brevi e saltuarie.

La sua retribuzione è pertanto in carico alla scuola e non alla R.T.S.

 

Durata del congedo per puerperio in caso di parto prematuro

 

Quesito del 1/03/2012

Una docente nominata supplente dal 05-10-2011 al 30-06-2012, già in congedo per maternità con data presunta del parto 17-11-2011 ha partorito il 07-11-2011 con un anticipo di 10 giorni.

Il congedo per puerperio decorrente dal 08-11-2011 doveva durare fino al 17-02-2012 (3 mesi e 10 giorni ) per recuperare i giorni non goduti nel congedo per gravidanza o fino al 07-02-2012 (3 mesi canonici ) in quanto il contratto di lavoro ha avuto inizio a gravidanza inoltrata?

Grazie come sempre della disponibilità.

 

Risposta

L’art. 16, comma 1, lett. d) del D.Lgs. 151/2001 stabilisce che è vietato adibire al lavoro le donne “durante gli ulteriori giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni sono aggiunti al periodo di congedo di maternità dopo il parto”.

L’articolo 12, comma 3 del CCNL/2007 precisa che “In caso di parto prematuro, alle lavoratrici spettano comunque i mesi di astensione obbligatoria”.

Le disposizioni normative sia di fonte regolamentare che contrattuale sono indiscutibili e pertanto la docente in questione ha diritto di beneficiare dei giorni non fruiti prima della data presunta del parto in aggiunta ai tre mesi successivi alla data di nascita del figlio e cioè fino al 17-02-2012, indipendentemente dall’inizio della supplenza.